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Gravner, vini d'anfora


r125_etichettaJosko Gravner, il “Maestro” dei vini d'anfora, si racconta: “Il vino non è enologia, ma filosofia: è il frutto di un lavoro libero e rappresenta il pensiero di chi lo fa”

Josko Gravner è (finalmente!) a Milano. Maestro, pioniere, visionario, innovatore, precursore, talvolta anche “pazzo”: tante sono le definizioni utilizzate negli anni dalla critica e dagli appassionati di vino per cercare di descriverlo.

 


La fama dei suoi prodotti e delle sue particolari tecniche di vinificazione fa il pari con quella del suo carattere “tipicamente friulano”, silenzioso e taciturno. Talmente rinomato che ti aspetteresti un personaggio misterioso ed eccentrico, ai limiti della presunzione. Ed invece, non senza sorpresa, lo si trova sensibilmente emozionato, inizialmente perfino spaesato sul palco dove, nonostante la sua statura imponente, davanti ad un centinaio di persone incuriosite, sembra voglia quasi restare in disparte, lasciando la parola ad altri.


Esordisce raccontando di quando a 14 anni (un multiplo di sette, un numero da lui definitor125_josko_gravner “magico” perché corrisponde al numero di anni impiegato dal corpo umano per rinnovare tutte le proprie cellule) ha cominciato a dedicarsi ai vigneti dell’azienda di famiglia; qualche anno dopo inizia i primi studi di enologia e subito li applica ai suoi vini contro il volere del padre contadino. Su suggerimento di eminenti professori che “non si erano mai sporcati le mani di terra”, Gravner commette quelli che lui stesso definisce, con un senso di colpa ancora oggi tangibile, i suoi più gravi “errori”: prima l’abbandono del legno per passare alle fermentazioni in acciaio, un materiale che è l’antitesi della naturalità, perché conduttore di cariche elettromagnetiche e “prigione” che non consente al vino di respirare; successivamente l’utilizzo della barrique, un recipiente che nasconde il terroir e la tipicità del vino, che va invece esaltata; infine un insoddisfacente mix di acciaio e legno.


La svolta avviene nel 1996, quando una grandinata distrugge oltre il 90% delle uve. Con pochi ettolitri a disposizione, Josko decide di sperimentare: lunghe macerazioni sulle bucce, lieviti indigeni, uso minimale di anidride solforosa. Dopo la vendemmia, tramite un amico, riesce ad acquistare un’anfora di terracotta, dove vinifica per la prima volta nel 1997, ottenendo un vino sorprendente per la sua immediatezza e spontaneità. Da adesso la sala del Palace è ipnotizzata: ad ogni frase gli occhi di Josko si illuminano ed il suo carisma inizia a sprigionarsi come un’aura di energia che lo circonda.


Nel 2000 si reca in Georgia per un viaggio che lo porta alla riscoperta di una tradizione millenaria, nella culla che ha dato origine alla viticultura: "Nessun esempio è più valido della storia", sostiene Josko. E la storia del vino è la Georgia, con le sue vinificazioni in anfora e le lunghe macerazioni sulle bucce, tipiche della tradizione del Kakheti. Dopo aver aumentato la sua dotazione di anfore, dal 2001 inizia a vinificare esclusivamente in questi recipienti (interrati per 9 mesi, in un sorta di gestazione all’interno della terra) senza controllo di temperatura né di grado zuccherino, nella convinzione, maturata negli anni seguenti, che ‘non esistono piccole e grandi annate’: bassissime rese ed un paziente lavoro in vigna generano grandi risultati, grazie ad un’alta qualità dell’uva, raccolta spesso tardivamente e parzialmente botritizzata. Tuttavia Gravner non si allinea in maniera decisa a quella che definisce una “moda produttiva”, creata sull’onda della crescente diffusione della biodinamica e dei vini naturali; a lui non servono timbri o etichette, la sua onestà morale ed intellettuale è una sufficiente autocertificazione: “Il vino è come un dio: deve essere il più puro possibile e merita un rispetto assoluto”. L’umanità di Gravner è tutta racchiusa in questa filosofia: umiltà, volontà di conoscere e di migliorarsi, senso del dovere e rispetto per la natura. È impossibile scindere l’uomo dall’enologo (anzi “contadino”, come preferisce definirsi): la semplicità ed il rigore dei suoi princìpi rappresentano la sua grandezza. E di conseguenza anche quella dei suoi vini, ancora prima di berli.


r125_bicchieriSei i vini in degustazione: tre annate (1998, 2002 e 2005) del Breg, un uvaggio di sauvignon blanc, chardonnay, pinot grigio e riesling. Tre annate (2002, 2004, 2005) di Ribolla, una ribolla gialla in purezza. Prodotti unici e veramente difficili da descrivere, senza risultare banali nell’elogiarne il colore ambrato, il naso in continua evoluzione, una struttura e una persistenza notevoli, impreziosite da una vena sapida e minerale che ben si sposa con la tannicità data dalla lunga macerazione, insolita nei vini bianchi ma qui decisamente percettibile. Accostarsi ad un vino di Gravner è come scrutare il cielo in una notte d’estate, alla ricerca di una stella cadente: servono sensibilità, pazienza, dedizione ed una mente aperta a cogliere ogni sfumatura.


È un’esperienza unica, che ci riporta ad un contatto profondo e viscerale con la terra. Un legame che Josko sembra saper pienamente padroneggiare per mezzo del suo lavoro: “Se il vino non tocca il cuore e l’anima, è solo una bibita”.

 

 

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