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"vis-à-vin" con Arianna Occhipinti

 

i017_occhipintiA soli 30 anni, questa giovane donna del vino con quasi 10 anni di vendemmie alle spalle, è l’emblema di una “nuova” viticultura siciliana che avanza, fatta di riscoperta delle tradizioni e delle varietà autoctone, nell’esaltazione di un territorio che troppo spesso negli ultimi anni ha rincorso il mercato, invece di guidarlo.

L’occasione è il banco di assaggio dedicato ai viticoltori aderenti al manifesto delle “Triple A” (Agricoltori, Artigiani, Artisti), organizzato in un modo insolito: una serie di tavoli dove poter degustare i vini a diretto contatto con il produttore.


Entrato in sala, sulla sinistra, la trovo con il bicchiere in una mano mentre spiega i suoi vini ai presenti. Con l’altra mano ricaccia indietro i lunghi capelli corvini scesi sul viso, quasi fossero anch’essi mossi dalla stessa passione ed animosità che trasuda in ogni gesto, in ogni parola di quell’accento siciliano così marcato, rimastole appiccicato addosso come una seconda pelle, nonostante per studio e per lavoro sia ormai una cittadina del mondo.


Non ho bisogno di leggere il cartello al centro del tavolo per sapere di chi si tratta. Mi avvicino per prendere posto, allungando il calice. I suoi profondi occhi neri mi studiano, silenziosamente, mentre faccio roteare il suo SP68 Bianco, un uvaggio di albanello e zibibbo in egual misura, vinificato secco ed affinato in acciaio. Sorprendentemente piacevole il contrasto tra le molteplici sfumature che offre al naso (note dolci di fiori d’arancio e di zagara, poi timo, rosmarino, zafferano), con sbuffi salmastri sul finale che si riallacciano alla freschezza dell’assaggio, salino e minerale. Mentre risponde alle domande degli altri avventori, passo in rassegna anche gli altri vini. Dopo l’SP68 Rosso (50% frappato, 50% nero d’Avola, affinato in acciaio), ecco il suo vino più celebrato, Il Frappato. Il millesimo 2010 è un elegante bouquet di fiori rossi delicati, di ribes, macchia mediterranea e foglie di thè; in bocca è fresco e sapido, a tratti terroso ed ematico, di grande finezza e pulizia, con un finale dove ritorna la croccantezza del frutto. Chiudo infine con il Siccagno 2010 (“concentrato” in siciliano), un nero d’Avola in purezza che, pur trasmettendo grande estrazione di colore, profumi vinosi e di frutti rossi, in bocca colpisce per eleganza, finezza e grande bevibilità. Il tavolo nel frattempo si svuota e, dopo qualche battuta, improvvisamente Arianna si ricorda di un nostro fugace incontro, avvenuto lo scorso anno nel caos fieristico del VinItaly. Per fortuna ora siamo seduti ad un tavolo e con sufficiente tempo a disposizione per togliermi qualche curiosità.


Da siciliana immagino quanto tu sia affezionata alla tua terra ed alla tradizione vitivinicola della tua famiglia. Ma i i017_frappatotuoi vini sono fini, eleganti, con profumi leggeri: un po’ l’antitesi del “classico” vino mediterraneo (caldo, morbido, fruttato, di grande alcolicità). Cosa ti ha spinto a fare i vini in questo modo?

 Ho la fortuna di partire da un terreno calcareo, con un’ottima esposizione ed un altitudine di circa 280 metri s.l.m., che favorisce mineralità e profumi. Poi ovviamente ci sono scelte, in vigna e in cantina, che vanno in questa direzione. Intorno a me ho vignaioli che raccolgono il cabernet sauvignon a fine agosto, mentre io raccolgo frappato e nero d’Avola a inizio ottobre. Ma il mio orgoglio sono le viti ad alberello, una particolarità di Vittoria (RG). Piantate a reticolato ad 1,25 m l’una dall’altra, così l’aria può circolare, evitando ristagni di umidità, e ci si può lavorare intorno in ogni senso (“ciaccatu e rifunnutu”, dice, in un siciliano così stretto e verace che non ho il coraggio di chiederle cosa significa…).


Hai citato frappato e nero d’Avola, poi nel tuo bianco ho trovato moscato e questo vitigno sconosciuto, l’albanello…

 L’albanello è un vitigno diffuso tra le province di Ragusa e Siracusa, oggi quasi in estinzione. Credo molto nel territorio ed in quello che offre, anche perché c’è una grande storia in questi vitigni: tutelarne la biodiversità è un segno di rispetto per quello che hanno da raccontare. Non capisco coloro che si appiattiscono ai voleri del mercato, cercando di piegare il territorio alla domanda, questo può premiare nel breve periodo, ma con la globalizzazione del mercato il futuro del vino è la sua tipicità territoriale. E poi il vino è prima di tutto passione, non una produzione di massa standardizzata verso un unico “gusto”.


Perché hai scelto di aderire al manifesto delle Triple A?

Produco vini in maniera naturale sin dal 2004, l’anno in cui ho avviato l’azienda. Sono orgogliosa di queste scelte ma non ne faccio uno strumento di marketing: l’azienda ha la certificazione biologica che però non compare in etichetta. Il mio vino deve piacere per come è, non per un “bollino”. Fin da quando ero all’università, ho sempre sostenuto l’opportunità di evitare il ricorso ai prodotti chimici in agricoltura, di cercare metodi e tecniche che ci consentissero di coltivare le uve senza aggiungere altri veleni a quelli che già ingeriamo o respiriamo quotidianamente. Non ti dico gli scontri con i professori… Per questo ho voluto fortemente un’azienda mia: non avrei sopportato di fare la consulente per produttori che non sposassero il mio concetto di fare vino.


Sei una “capa tosta”, insomma…

Così dicono…


Sorride, quasi imbarazzata, ma sempre solare. Altra gente si accalca dietro di me per prendere posto al tavolo. A malincuore mi alzo e gli occhi di Arianna cadono sul mio taccuino degli appunti: “Mi piacerebbe scrivere qualcosa su questo incontro” abbozzo. Ovviamente, nulla era stato concordato. Esita un attimo, poi annuendo mi saluta calorosamente e mi dà appuntamento nuovamente ad aprile, a Verona. In attesa di una visita nella sua cantina, là ‘dove il vino si fa, non dove se ne parla e basta’.