Ultimi articoli

Roussillon, tra terra rossa e mare blu cobalto

News image

"Viaggiando in lungo e in largo per il mondo ho incontrato magnifici sognatori, uomini e donne che credono con testardag...

Recensioni | Laura Zaninelli

I pas dosé di TrentoDoc

News image

“Trento è una città allegrissima. Non è un caso, forse, se abbiamo trovato proprio qui uno spumante secco perfetto: ques...

Recensioni | Anna Basile

Cena con Maurizio Maggi

News image

La rassegna A Cena con il Sommelier organizzata da AIS Milano inizia all'Osteria del Pomiroeu. E' un tiepido venerdì se...

Recensioni | Anita Croci

Rosè Metodo classico

News image

Donne, un accento sulla parola "rosè" Per questa serata così elegante, scegliamo come cavaliere Nicola Bonera in versio...

Recensioni | Sara Missaglia

Casale del Giglio

News image

Fra tradizione e innovazione, la riscoperta dell’Agro Pontino: l'avventura di Casale del Giglio Quello che ho appreso n...

Recensioni | Susi Bonomi

Nord Piemonte


r132_bicchieriSabato pomeriggio, la sala Sforzesca del Westin Palace di Milano ancora echeggia di un giovedì sera denso di Borgogna. Trascorse nemmeno quarantottore ci troviamo a fotografare un territorio, il Nord Piemonte, con analogie davvero notevoli.

il clima freddo e piovoso, il concetto di terroir marcatamente protagonista e la grande eleganza del vitigno simbolo, le cui radici affondano in un suolo unico, variegato e significativo. Eppure lo sappiamo, dire Gattinara o dire Vosne-Romanée non è la stessa cosa, perché un secolo di buio, il Novecento, ha sgretolato una storia vitivinicola antica e gloriosa che nulla ha da invidiare ai grandi di oggi.

 


Già Plinio il Vecchio parlava della vitis spinea (da cui deriverebbe il nome Spanna) coltivata nel Novarese dove giunse dalla città etrusca di Spina, alla foce del Po. Lungo il medioevo la coltura della vite si diffonde e perfeziona grazie all’opera dei cluniacensi, che acquisiscono vasti possedimenti nella zona. Nel Cinquecento il vino di Gattinara trova la sua fortuna in un ambasciatore illustre, Mercurino Arborio, cui la città ha dato i natali. Umanista e politico di primo piano presso gli Asburgo, fa conoscere ed apprezzare il proprio vino in tutte le corti d’Europa, mentre trasferisce in patria tecniche di coltivazione e vinificazione apprese in Francia.


Col favore dei mercati internazionali, il vigneto nel Nord Piemonte cresce quanto la qualità dei suoi vini, al punto che Cavour, assaggiato un Sizzano, ne resta così impressionato da riconoscere “che le colline del Novarese possono gareggiare coi colli della Borgogna”, auspicando per esse degne capacità dei produttori e consumatori illustri che ne cementino la fama. E non mancano, se è vero che Quintino Sella, celebre statista e più volte ministro nonché titolare della storica cantina, brinda col Re al primo governo dell'Italia Unita con un Lessona, da allora soprannominato “vino d’Italia”. Siamo all’apice dello splendore: il Nord Piemonte è tutto un grande vigneto, con una produzione così vasta che, nel 1891, a Oleggio viene fondata la prima cantina sociale d’Italia.


Poi il declino. Al male ubiquitario della fillossera, in un’area dove oidio e peronospora già stavano decimando ler132_relatori coltivazioni, si aggiunge il flagello delle due guerre e soprattutto il forte sviluppo dell'industria tessile che segna l’abbandono delle campagne; gli ettari vitati passano dai 45.000 di fine Ottocento ai 700 di oggi. Sono anni difficili, in cui il territorio deve fare i conti anche con il disastro chimico conseguente al boom industriale e con lo scandalo delle sofisticazioni.


Il risorgimento del Nord Piemonte vitivinicolo è storia recente e in fermento. Sono gli anni in cui, a livello globale e per questioni ambientali, storiche e sociali assistiamo ad un generale ritorno alla terra. Lo scenario agroalimentare in crisi d’identità riscopre il valore delle colture tradizionali: la biodiversità si oppone alla globalizzazione del gusto. Nello stesso clima si inserisce anche questa rinascita, dove alla lungimiranza ed alla serietà di produttori storici si sono aggiunti il ritrovato entusiasmo e l’appassionato impegno di altre aziende, spesso nuove e molto piccole, con l’obiettivo comune di radicare nell’unicità del territorio il fondamento delle proprie peculiarità produttive. Un territorio la cui storia è un unicum geologico, con rocce vulcaniche portate in superficie da movimenti tellurici cui si sono aggiunti composti morenici trasportati dal ghiacciaio del Monte Rosa. Un’alchimia disomogenea che marca fortemente il vitigno-principe ed è alla base della grande diversità tra le denominazioni: difficile confondere la fine eleganza di un Lessona cresciuto tra le sabbie marine con la complessa austerità di un Gattinara maturato nell’acidità di un suolo fortemente vulcanico. Che carattere questo nebbiolo! Trascorrono anni di affinamento prima di potersi raccontare nel bicchiere eppure mai tradisce l’identità delle proprie radici. Vitigno nobile, fiero, scontroso, non lascia spazio alle mezze misure; lo si odia o lo si ama e quando lo si ama è passione autentica. Basta ascoltare Mauro Carosso e Roberto Marro, i nostri due illustri relatori, piemontesi nel DNA e nell’accento ma soprattutto nel cuore. Un grande cuore, che li ha portati di nuovo a collaborare con AIS Milano con lo scopo benefico di raccogliere fondi destinati, questa volta, a sostenere un progetto del Cottolengo di Torino.


r132_bottiglieIl loro racconto è vivo, entusiasta, denso di curiosità, aneddoti storici e ricordi personali, cui si aggiungono quelli di Odilio e Mattia Antoniotti e Christoph Künzli, che ci portano la loro testimonianza di produttori. La famiglia Antoniotti è radicata già dal 1700 a Casa del Bosco, piccola e amena frazione del comune di Sostegno, dove produce un Bramaterra esemplare. Christoph è svizzero, importava vino, di Boca s’innamora negli anni Novanta, rileva la cantina e i vigneti di Antonio Cerri -patriarca del Boca- e fonda l'azienda agricola Le Piane. Due storie diverse ma due realtà simili le loro. Pochi vigneti recuperati in zone storiche, posti a un’altitudine di 400-450 metri su terreni porfirici di varia composizione, seminati tra boschi di castagni e querce; un’armonia con la natura che prosegue in cantina, dove l’uso della chimica è minimo mentre massimi sono il rispetto e la cura in ogni procedimento.  


È con la coscienza di tutto questo che ci accostiamo alla degustazione. Dodici produttori, dodici vini diversi ma un’anima comune; perché, con le parole di Mario Soldati, che il fascino di queste colline lo conosceva bene, “il vino è la poesia della terra”.