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Tenute Dettori


iTenute Dettori“Il vino è come deve essere, non come noi vorremmo che fosse”: è la filosofia dell’azienda Dettori nel comune di Sennori

Ho conosciuto Paolo Dettori il giorno d’apertura del Vinitaly. Ci siamo trovati, senza conoscerci, nella grande sala da pranzo dell’hotel, vuota a quell’ora del mattino.
Quando entro lui è già lì, in piedi davanti al buffet, a prendere un bicchiere di aranciata e un caffè.

Prendo anch’io un bicchiere di aranciata e una fetta di crostata di mele, ci guardiamo, lo saluto e lui annuisce.
“Mi siedo di fronte a lei, non vorrei darle le spalle in una sala così vuota” esordisco.
Mi risponde con una domanda: “Lei è produttore?”.
“No, sono sommelier. Scusi, ma lei è sardo?”
“Sì, mi chiamo Dettori.”
“Non è poco!”, dico dopo una breve pausa.
Dettori fa una smorfia con la bocca, forse era un mezzo sorriso, e mi suggerisce: “Venga a trovarmi, siamo molto vicini”.

In vigna


Salgo in auto per fare i pochi chilometri che mi separano dalla fiera, comincio a pensare alle lunghe chiacchierate con Hosam, il Delegato di AIS Milano, sul biodinamico, su questi vini e i loro produttori ora più che mai sulla cresta dell’onda, ripenso alla splendida serata con D’Attoma, ai suoi vini con quella bella sensazione di pulito al naso e al gusto, ma dotati di energia, di forza emozionale. Un ritorno al passato, a tecniche usate dai nostri nonni per andare verso il futuro?


Lavoro per tutta la giornata e prima della chiusura chiedo di assentarmi qualche istante. Percorro velocemente la distanza che divide il padiglione Marche da quello della Sardegna e subito individuo dalla coda lo stand di Dettori. Mi metto in fila con la mia divisa da pinguino, attendendo il mio turno, ma Paolo Dettori mi vede, mi allunga la sua grande mano nodosa tra la fila che intanto si allarga per farmi passare, mi saluta con un calmo ciao e mi chiede: “Cosa vuoi bere?”.
“Due vini che mi dicano chi sei e da dove vieni.”
Scompare dietro il separé, mentre dietro a me si è fatto silenzio e qualcuno azzarda: “Ora beviamo quello che beve il sommelier”.

Vini Dettori


Ricompare e mi versa il Vermentino. Il colore è oro, ambra e sole. Lo annuso, i profumi sono antichi, li riconosco, ho fatto il vino con mio suocero per molti anni: era un vino pigiato con i piedi in un enorme tino di castagno che conteneva 6-7 persone, tutti giovani, uomini e donne che si univano con quel vino (ora lo capisco) cedendogli la forza, il vigore, la sensualità della gioventù.
I profumi di quel vino erano i profumi della mia terra, sapevano di casa mia, quel vino ero io.
Questo Vermentino è Paolo, all’inizio scorbutico, scontroso, difficile da capire, di quelli che non vogliono essere simpatici a tutti, poi si apre, ti parla, lo capisci, è schietto, generoso, enorme, è un continente, è la Sardegna.
Dico due cose su questo vino, più per quelli che stanno dietro che per Paolo, trovo una leggera nota ossidativa finale, immagino di accompagnarlo a della bottarga, ma forse in cuor mio penso di berlo solo con qualcuno che amo o che, come me, ami il vino.
Lo saluto, mi dice: “Ci vediamo”.


La sera stessa sto cenando da solo e sono molto stanco, ho persino rifiutato l’invito dell’azienda con cui collaboro, quando al mio tavolo si avvicina un ragazzo, Alessandro Dettori, il figlio di Paolo, che mi invita a bere qualcosa con loro. Rifiuto, ma al secondo invito accetto e mi presento alla loro tavolata composta da non meno di 40-50 persone.
Paolo mi vede e mi fa accomodare vicino a lui, gli altri mi guardano tra la curiosità di sapere chi sia e il motivo di tanta confidenza.
Prende il suo bicchiere, lo riempie, me lo porge: “E’ il mio bicchiere, ci ho bevuto io, bevi”.
VignetiUn gesto che va oltre il tempo, che sa di legame, di amicizia, che supera la velocità di questa vita per farti ritornare a valori che pensavi perduti.
Fatica a stare a tavola, deve fumare, si alza e si allontana. Alessandro mi racconta come suo padre abbia messo alla porta più di un enologo o consulente che voleva tagliare il vino, o chimici che si erano presentati con “la valigetta” per dare al vino i profumi richiesti dal mercato.


“Noi il vino lo facciamo come lo faceva mio nonno, da noi i lieviti fermentano a volte fino a 18% di alcol. Non usiamo lieviti aggiunti, loro sono lì da noi, nell’aria, sulle piante, nella terra, il vino a volte rifermenta, ma non lo controlliamo: lui è come deve essere e non come noi vorremmo che fosse, e alla fine la natura, comunque vada, dà sempre il massimo.”
Continuerò a vederli per tutte le altre sere, sino all’ultimo giorno, quello del saluto.
Gli dico che lui è la roccia, al riparo della quale è nata una bellissima pianta, suo figlio.
Ci salutiamo, lui fa una piccola smorfia con la bocca, è quasi un sorriso, ma abbiamo tutti e due gli occhi lucidi.