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Profumo di mare


g015_chioggiaQuanta emozione, le prime vacanze al mare a Chioggia; era l’estate del 1963 ed occupare una stanza, nella casa di un pescatore, era la cosa più naturale a quel tempo

Le mie prime vacanze al mare in una calle tanto stretta che, guardando in alto, una ragnatela di fili per stendere i panni sembrava avesse più la funzione di tenere unite le case che di accogliere quei pochi indumenti sempre in cerca di un caldo raggio di sole.

Eravamo alloggiati in una grande casa bianca, con i muri lisci per le troppe mani di gesso e calcina che i pescatori continuavano a dare; toccandoli e annusandoli si percepiva l’odore e la stessa sensazione che avevo in classe (quarta elementare) quando prendevo in mano i gessetti della lavagna. Tutto profumava in quel tempo, in quel luogo: l’aria, il sole, la sabbia, il mare, gli esseri umani. Ricordo che avrei potuto riconoscere la nonna ed il suo odore di talco mentolato ad occhi chiusi, proprio come un cucciolo di animale, o l’odore delle nazionali esportazione senza filtro di mio padre, accanito consumatore di quelle sigarette che anche io fumai, per la prima volta, in terza elementare.


Eravamo ospitati da una numerosa famiglia di pescatori con nomi rari, quasi impossibili, ed un cognome, Boscolo, comune a quasi tutti gli abitanti di Chioggia, tanto che non erano gli unici ad avere, nell’elenco del telefono, il soprannome vicino al cognome così da potersi distinguere! Una famiglia numerosa, che finì per ospitare un’altra famiglia numerosa; già, perché la nostra non era solo quella contenuta, a pressione, nella nuova Fiat Seicento; gli altri arrivavano in “littorina” ed in Vespa. Così nelle due camere da letto affittate ci si trovava a dormire in più di dieci persone, aggiunte ai proprietari della casa, che si erano accatastati nelle altre due rimanenti; contando soffitta e qualche materasso in cucina facevano un totale di più di venti anime che finirono inevitabilmente per fondersi in un’unica famiglia, dove il denominatore comune era la povertà condivisa fra tutti.


La casa era verso la fine della calle, forse a meno di trenta metri dal molo dove erano ormeggiati i “bragossi”, barconi da pesca che per gli abitanti erano l’attrezzo del lavoro, per noi bambini invece erano bellissimi trampolini da cui tuffarsi in laguna. Sono certo di non esagerare dicendo che stavo sempre a mollo: di giorno in spiaggia e la sera, mentre i grandi preparavano la cena, avevo l’appuntamento con i figli dei pescatori per le gare di tuffi dai barconi o dal ponte. Lì tutto era rumore, profumi, odori, colori, tantissimi bimbi e tante donne con il pancione. La vita era rinata dopo la distruzione della guerra, molti erano poveri (almeno quelli che frequentavo io) e si percepiva ovunque la voglia di rinascita a quella felicità che per troppo tempo era mancata. Qualcosa stava cambiando: le auto aumentavano come gli elettrodomestici; le donne, che in quel periodo diventavano meccanismo trainante della rinascita economica, rimanevano però madri, mogli, cuoche, non si lasciavano ancora sostituire dai robot visti nelle reclam.


Jonn Glenn aveva stabilito il record di permanenza nello spazio, orbitando per ben tre volte attorno alla terra e noi giocavamo già con i modellini dei primi aerei a reazione. Per le calli passavano i venditori di frutta e verdura, degli orti di Chioggia, tuttora famosi per ortaggi da sabbia: radicchio, carote, cipolle e fagiolini bianchi di Venezia; ma quello che interessava di più erano le carriole che trasportavano il pesce: seppie, sogliole, orate, cozze, canestrelli, vongole, sgombri, tutto pescato di giornata e grossi tonni sanguinolenti, che al grido di: “Vitello, Vitello di mare” si acquistavano a fette tonde e spesse da grigliare. Alcuni bambini vendevano strillando legna da ardere e pigne. Le pigne sulle braci si aprivano, scoprendo i pinoli, e inondavano la via di profumo di resina bruciata; le griglie roventi accoglievano le fette di tonno, adagiate dopo essere state a marinare in olio, aglio e prezzemolo, con sale e pepe macinato grosso. Se ci riuscite, pensate ad una tavola lunga quanto la calle, dove ogni casa partecipava al rito del desinare all’aperto e dove ogni famiglia aveva la propria griglia e profumi di carne e pesce cotto in mille modi, e tutto si fondeva con l’odore della laguna, dei bragossi ormeggiati, del legno salmastro, delle reti da pesca stese ad asciugare, di uomini colorati dal sole e segnati dal vento, con la pelle arsa e rugosa che raccontava, in ogni solco, un’avventura sul mare.


Era un mondo senza auto, con pochissimi televisori e la sera trascorreva mangiando una fetta di anguria seduti su una panca di legno, o bevendo una granita al latte di cocco o al tamarindo. Che meraviglia gli anni Sessanta, erano puliti come quel mare, come quell’aria, come il cielo di quelle notti d’agosto, come noi, con il naso all’insù, a cercare il nostro futuro tra tutte quelle stelle.


Una ricetta facile per una gratinata di pesce

Una fetta di tonno, delle capesante e dei gamberi freschi. Preparate del pangrattato, un po’ di aglio, prezzemolo tagliato finissimo ed un pizzico di sale.
Fate degli spiedini con i gamberi che avrete sgusciato, pulite le capesante lasciando il frutto nella conchiglia.
Panate le fette di tonno o se volete di spada (è più delicato) con questa gratinatura, fate lo stesso con gli spiedi di gambero e riempite le capesante a coprire il frutto, mettetele al forno a 200° con un filo d’olio d’oliva e quando la gratinatura sarà dorata (pochi minuti) impiattate.
Un pinot grigio dei colli orientali del Friuli accompagnerà bene questa semplice preparazione.