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Che bottiglia!


g018_barolo_bottiglieDedicato a tutti i Sommelier

Tutto è accaduto nel giorno di Ognissanti che, per il sottoscritto, è l’occasione di tornare in quel piccolo cimitero della bassa padana, a trovare tutti quei “vivi” che si riuniscono davanti ai propri cari defunti, ricordando un passato ormai lontano ma mai dimenticato.


Ed ecco che, seguendo il pensiero del Foscolo, ci si rende conto che le tombe servono più ai vivi che ai morti; un po’ come le foglie disperse dal vento della vita, per un giorno ci si ritrova di anno più vecchi e si capisce che il tempo corre molto più veloce di quello che noi pensavamo; la gioia di un sorriso, il dolore di un pianto ed ecco che il ragazzo, in un istante, si ritrova vecchio, avendo vissuto una vita durata forse solo l’illusione di un attimo. Che tristi pensieri…; che siano gli “…stormi d’uccelli neri nel vespero a migrar”? Mi ritrovo allora a camminare per le vie di quel borgo, che mi ha visto bambino, e ad annusare “l’aspro odor dei vini”, il profumo della legna che brucia nei camini, odori della vita che continua; mi torna alla mente quella voglia che avevo di tornare a casa per pranzo, sapendo che mi avrebbe atteso una calda e morbida polenta bianca con un, poco candido e molto unto, baccalà “in tocio” (nel sugo).


La coscienza torna al presente; ho in cantina ancora delle bottiglie di vino bianco dei Colli Euganei e così faccio una delle cose che amo di più: mi perdo tra casse vuote e polverose di bottiglie, vecchi attrezzi del lavoro contadino oramai in disuso, fatti di ferro arrugginito e manici tarlati, che ogni volta guardo, tocco e annuso, sempre come fosse la prima volta, con tenerezza e rispetto, pensando a quegli uomini e donne che li hanno usati, rimanendo chini per ore al caldo sole estivo a mietere o a zappare, a lavorare quella terra che avrebbe dato solo ciò che serviva per vivere; terra che ti creava e ti richiamava: tutti sapevano con certezza che prima o poi ti avrebbe ripreso, in un ciclo tanto naturale quanto lo era il susseguirsi del giorno e della notte. Mi faccio strada tra ragnatele gigantesche e l’odore di vino appena fermentato, della muffa che sale dai sassi rossi della cantina; guardo vecchie bottiglie oramai perse, senza più colore ed anima… tutte tranne una, rimasta lì da più di 40 anni, da quando io portai alcune bottiglie da Milano per berle con qualche amico, e poi lì dimenticate.


Non ho molta luce in cantina ma sfilo la bottiglia completamente ricoperta di polvere da un vecchio portabottiglie di legno mitragliato dai tarli; con un grande respiro cerco di soffiarne via la polvere, non voglio rovinare l’etichetta. E’ un Barolo di Giuseppe Conterno di Canelli, Riserva del Centenario, bottiglia n°3452 del 1967 e mitica vendemmia del 1964. Dovete sapere che quando ero ragazzo, per far vedere che di vino me ne intendevo, ordinavo solo vino piemontese; “Spanna” e “Gattinara” erano nomi che ti facevano importante, per non parlare poi di Barbaresco o del mitico Barolo del ‘64; mentre per i bianchi: Gavi ed il marchigiano Verdicchio con l’anfora dell’ingegner Maiocchi; avevo 17 anni, che bell’età! Eccomi ancora qui, quasi cinquanta anni dopo, davanti ad una di quelle mie bottiglie; perdo la cognizione del tempo, mia moglie mi chiama e come al solito non rispondo, sono troppo preso; ho ancora a disposizione una vecchia brocca, di vetro sottilissimo, che uso poche volte come decanter e spesso come bicchiere per assaggiare il vino spillato dalla botte, il cavatappi ed una candela infilata in un portacandela che era della nonna. Accendo la candela e con grande difficoltà, tenendo la bottiglia coricata e muovendola pochissimo, tolgo il tappo a pezzi, facendo cadere sui mattoni rossi del pavimento un po’ di vino e poche briciole di sughero.


Sono attimi senza tempo. Piano decanto il vino, il colore è mattone ma i riflessi sono di un meraviglioso granato vivo e lucente; a tre quarti di bottiglia smetto di versare il vino, il profumo mi avvolge e mi cattura ma non assaggio subito, so che nella vita la vera gioia è l’attesa e allora mi godo quei riflessi granati creati dalla fioca luce della candela che, trapassando il colore del vino, si trasforma in lampi rosso sangue che tagliano l’aria e sanano il cuore. I primi profumi sono già sontuosi, con uno che domina su tutti: è un profumo balsamico di resina, di pigna, quasi di incenso; senza vuotarlo nel bicchiere, ne assaggio un sorso dalla brocca, è troppo freddo ma acidità e tannino sono lì ancora, forti e vivi, a sorreggere una struttura straordinariamente elegante. Che emozione! Torno a casa con il mio tesoro in mano, lo metto sul tavolo in sala, devo aspettare che Lui si risvegli, che trovi la giusta temperatura, deve poter ritornare alla vita dopo quasi cinquanta anni di bottiglia, prolungo la mia attesa e la mia gioia.


Finalmente, a sera inoltrata, verso un po’ di vino nel bicchiere: i profumi, come per magia, si sono ampliati, la resina e l’incenso si sono sommati a profumi eterei di cera e smalto, tanto da evocare in me ricordi di vecchie chiese, dove muffa, legno, cera e incenso si fondono in un tutt’uno che io chiamo “profumo Sacro”, e poi profumi dolci di cacao e caffè, speziati di pepe, chiodi di garofano e legno di ginepro e terrosi di muschio e tartufo; non sento la vaniglia ma, quasi per regalo, una nota molto femminile ed elegante di violetta appassita, arriva a ricordarmi qual vino stia degustando! Che complessità e che eleganza, che esperienza per il mio naso! Infine lo assaggio: i profumi si trasformano naturalmente in aromi che ritornano per via retronasale fini e dolcemente persistenti, senza alcuna nota stonata in chiusura. Semplicemente meraviglioso! Il vino a volte può essere un miracolo della terra ma sempre creato dall’amore dell’uomo; solo così si spiega perché possa resistere mezzo secolo per poi regalare queste emozioni.


Credo di non essere il primo a dire che la felicità, per essere completa, deve poter essere condivisa; io, purtroppo, questa bottiglia non l’ho condivisa con nessuno e quando il vino mi faceva vedere il fondo della caraffa (che era in tutto poco più di mezza bottiglia), ho pensato comunque di essere felice per questo regalo inaspettato; mi sono allora venute in mente le parole del grande Gianni Brera, lette molti anni fa: “Chi beve vino e lo capisce e apprezza, è come colui che, udendo musica, sente passare gli angeli e li distingue”.


Auguro anche a tutti voi di vivere tra gli angeli e soprattutto di aver il dono di saperli distinguere!