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Lorenzo Accomasso, il "cavaliere" del Barolo


p014 cartello accomassoDalla prima vendemmia con il padre Giovanni e la sorella Elena, nel lontano 1958, non ha mai abbandonato la sua casa a La Morra, così come non ha mai abbandonato i suoi vigneti: Rocche e Rocchette, le “perle dell’Annunziata”.

"Le donne, i cavalier, l'arme, gli amori, le cortesie, l'audaci imprese io canto…" così cinquecento anni fa il grande poeta ferrarese Ludovico Ariosto apriva L’Orlando Furioso.

 


Non siamo in un’epopea medievale ma nella storia che sto per raccontarvi c’è di sicuro un grande amore ed un “Cavaliere” in grado di compiere audaci imprese. E quando si percorre la stretta e sinuosa salita che da La Morra porta alla frazione Annunziata - specie se vi capita la fortuna di imbattervi in una giornata di sole primaverile, meravigliosamente limpida - è forte la sensazione di essere parte di un’avventura sospesa nel tempo.


Abbiate allora l’accortezza di salire ancora un po’ più su, verso un piccolo gruppo di case, finché vi cadrà l’occhio su una rampa sterrata con un piccolo ed essenziale cartello bianco: Accomasso. Entrate in quel cortile, che sa ancora di anni Sessanta, con l’austera casa colonica e le galline che razzolano ai vostri piedi. Da una delle tante porticine socchiuse vedrete spuntare una mano, callosa e consumata dal tempo e dal lavoro, che vi inviterà ad entrare. Sulla porta, come un’apparizione, un signore oltre la settantina, volto affilato e capelli bianchi arruffati che spuntano da sotto un berretto.


Con una poderosa stretta di mano si entra in un piccolo stanzino disseminato di bottiglie e cartoni di vino; p014 lorenzoalle pareti foto dei vigneti e cartine dei territori circostanti che mostrano i migliori cru del Barolo.
Accomodati ad un piccolo tavolo, spoglio se non fosse per un paio di grandi balloons, è difficile non rimanere ipnotizzati dall’energia che proviene da questo signore che ha fatto la storia del territorio di La Morra. Mentre inizia il suo racconto sulla particolarità di questa annata 2013, così imprevedibile dal punto di vista climatico, con grande manualità stappa una bottiglia del suo miglior Barolo, il Rocche Riserva 2006.
Sul mio volto deve essere trapelato un misto di sorpresa (per la serie: “cominciamo con questo?!?”) perché, mentre allungo la mano per prendere il calice, gli occhi - azzurrissimi e glaciali - di Lorenzo mi fulminano prima ancora delle sue parole: “L’unico vino disponibile è questo (gli altri sono esauriti o ancora ad affinare in botte) e sarà pronto fra 20 minuti…”. Io cerco comunque di portarlo al naso - effettivamente chiuso - e avverto note terrose, quasi fungine.


Saltando dall’attualità politica alla storia ed all’evoluzione del Barolo, il tema portante sono sempre le sue vigne (Rocca e Rocchette), che sorveglia anche mentre mi parla. Ha ricevuto tante offerte, anche dall’estero, per quel vigneto - confessa Lorenzo - ma i sentimenti non sono in vendita: dalla prima vendemmia con il padre e la sorella, nel lontano 1958, non ne ha mai persa una, e così sarà finché le forze fisiche glielo consentiranno. Ha un viscerale bisogno di passeggiare fra quei filari, di toccarne le foglie, di accarezzarne gli acini nei vari periodi di maturazione, un amore pienamente corrisposto da una Terra che ha saputo regalare vini di un rigore e di un’integrità impressionanti.
Nella sua mente si susseguono le fotografie indelebili di decine di vendemmie, e spesso – ammette con un malcelato sorriso – fa eseguire analisi e campionature più per il gusto di vedere confermate le sue previsioni “a occhio” che per avere dati scientifici su cui impostare la vinificazione.


Fra le annate storiche cita come inarrivabile quella del 1971, anche se gran parte dei suoi vicini ricorda solamente la 1990. Quelle degli ultimi 10 anni, piuttosto fortunati, sono risultate di elevata qualità (a parte il 2002) con 2004 e 2009 che spiccano; è comunque ancora troppo presto per giudicare, considerando che Lorenzo ha ancora tre o quattro di queste annate ferme in botte, perché: “il vino andrebbe imbottigliato quando è pronto, e non quando lo vuole il mercato: dovremmo essere artigiani, non fabbriche che producono in serie.”.


Invece di venti minuti ne sono passati ormai oltre una sessantina e - per mia fortuna – ho avuto l’accortezza di portare al naso ed assaggiare quel Barolo più e più volte, per ognuna di queste Lorenzo mi ha guardato con la coda dell’occhio senza commentare.
È dispiaciuto, il Cavaliere, di non aver potuto offrire anche barbera e dolcetto; timidamente gli chiedo in cambio di poter fare una foto con lui: non ama farsi fotografare ma stavolta fa un’eccezione.
Se non fosse che in cinquantacinque anni quel Barolo di complimenti ne avrà già ricevuti tanti (più delle richieste di foto, credo…) gli direi che con un solo calice - e una sola bottiglia - in un’ora mi sono passati sotto al naso almeno cinque vini diversi ma con un una personalità comune.
Non fa mai degustazioni più o meno tecniche con chi lo viene a trovare, né tantomeno gli interessa ascoltare qualcuno che cerchi di raccontargli com’è il suo vino, quello sguardo tagliente sa già di avere colpito nel segno mentre mi prepara i cartoni con le bottiglie che ho appena acquistato.
Del resto, l’espansività non è dono della Langa: non la si trova nei suoi abitanti, né tantomeno nei suoi vini che ne sono uno specchio fedele. È una terra da ammirare in silenzio e concentrazione e solo quando te ne congedi ti rendi conto di quanto ti sia entrata dentro, in due parole: decisamente persistenti, nella mente e nel cuore. Tanto i vini, quanto gli abitanti.