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A teatro con Angelo Gaja

Grande evento a Milano per festeggiare degnamente i 150 anni di un'azienda che ha fatto la storia dell'enologia italiana

150 anni di GajaA teatro non si scattano foto. Non si può e non sta neanche bene farlo. Sicché siamo andati a quest'incontro come ad una serata di gala, in questo caso un pomeriggio, in religioso silenzio e di buon ora per prendere i posti migliori.

Sbarramento all'ingresso sia per i paganti che per gli invitati con accredito (di questo ringraziamo la Delegazione Ais di Milano, organizzatrice dell'evento).·
Dopo i rituali convenevoli iniziali, via allo spettacolo. Un uomo solo al comando, in piedi, con bavero della giacca microfonato, micro telecomando in mano per far scorrere le immagini di appoggio alle sue spalle e adiacente tavolo con testimoni silenziosi, la moglie ed una delle due figlie, sul palco. Le luci si abbassano lentamente, il brusio termina.

Cammina, annuisce, modula la voce con tempi teatrali, ammicca ed ammonisce, sorride e si infervora, ricorda e fa previsioni, gesticola e sembra quasi commuoversi.
Ma, soprattutto, riesce a trasformare un'ora e mezza di monologo, per festeggiare i 150 anni di un'azienda e una famiglia, la sua, in una sorta di passerella di personaggi e luoghi che dal suo punto di vista hanno fatto grande il Piemonte e le Langhe in particolare. Parla di sé parlando di altri o se vogliamo parla di altri facendo credere di non parlare poi più di tanto di sé. Unisce i suoi ricordi a quelli dei volti che scorrono alle sue spalle all'interno di un racconto, studiato e che lascia poco spazio a improvvisazioni o varianti, che rappresenta il suo pensiero, il Gaja pensiero. Recita, con intonazioni e partecipazione, brani tratti dalla "Luna e i Falò" di Cesare Pavese piuttosto che da "Ma il mio amore a Paco" di Beppe Fenoglio per cominciare ad introdurre quella Langa, della quale si sente "impastato".

Sori San LorenzoAtmosfere che richiamano quelle delle vecchie osterie o bar, dove il fumo si tagliava con il coltello e nelle quali il gioco d'azzardo regnava sovrano, oggi, per fortuna, non più, ma che secondo il Gaja pensiero invade ancora parte di coloro che in questi anni hanno messo anima e corpo nelle loro attività agricole ma sotto forma di gusto della sfida. Come quella di Giovanni Gaja, suo padre, "uno dei più grandi artigiani del vino, con un palato allenatissimo sul nebbiolo di Barbaresco", irrazionalmente convinto della superiorità di questi vini rispetto a quelli di qualunque altra zona del mondo, tanto sicuro che nel 1937 mette il nome di famiglia in alto, ben in evidenza, in etichetta, quello del vino in basso "perché il messaggio doveva essere che il mio Barbaresco è il più caro, anche più del Barolo, perché è Gaja".

Scorrono le immagini di Gino Cavallo, responsabile dei vigneti per 50 anni in casa Gaja e quelle della nonna Clotilde Rej, quelle di Renato Ratti, del quale si definisce un "umile gregario" dipingendo un importante ritratto, dell'uomo così come della sua fondamentale opera di mappatura e classificazione dei cru, che certo non gli valse molte amicizie. E ancora il "tollerante ed ironico" Giacomo Bologna, il "visionario" Robert Mondavi, che non aveva troppi peli sulla lingua a sentire questo aneddoto.
"Una volta lo portai in giro per Langa, a La Morra così come a Serralunga ed ogni volta che saliva in macchina diceva sempre di sentire un rumore ed io non capivo. Finito il giro mi disse: qui avete una ricchezza incredibile, ma qui i produttori dormono. Russano anche di giorno". Ecco il rumore. Queste terre ed il Piemonte avevano bisogno di crescere, quindi, attraverso tante figure, delle quali Angelo Gaja dedica altri incisivi ritratti: la gran dote di "distacco dalle cose" di Aldo Conterno, il ribelle Elio Altare, diseredato dal padre perché voleva fare qualità e che dovette addirittura ricomprarsi la terra dalle sorelle, il mai domo Domenico Clerico, che in mezzo a tante avversità, continua la sua attività con lo stesso inalterato stupore e l'entusiasmo di un ragazzino.

C'è poi spazio per il suo architetto di fiducia Giovanni Bo, artefice delle sue cantine a Bolgheri e Montalcino, per Guido Rivella, responsabile dagli anni '70 dei suoi vini, per Edward Steinberg, autore del noto libro edito da Slow Food "Sorì San Lorenzo" ed ovviamente per Gino Veronelli: "Mi manca moltissimo. Lui non faceva un esame esasperato dei vini, lo faceva piuttosto delle persone del vino".

Applauso finale, giù il sipario e seconda parte dello spettacolo in un'altra sala dove chi vorrà potrà degustare i suoi vini, nonché quelli della sua attività di importazione e distribuzione.
E' un format o se ancora non lo è, potrebbe tranquillamente diventarlo, da portare a spasso per lo stivale ed in giro per il mondo: un saggio su come si comunica se stessi facendo al tempo stesso uno spot ad un territorio, ad alcuni dei suoi personaggi presenti e passati. Ad alcuni, non tutti: decide lui chi ricordare ed anche se pare strano non sentire certi nomi, alcuni dei quali autentiche icone che hanno reso immortale una terra come quella del Barolo e del Barbaresco, non v'è dubbio che il messaggio passa, con eleganza e tempi da perfetto oratore. Quale?
Siete mai stati in Langa? No? Allora vi spiego io cosa vi siete persi sino ad ora.

25 settembre 2009