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Le Marche, "distillato d'Italia"


 Le Marche,"Le Marche sono il paesaggio italiano più tipico e, come l'Italia con i suoi paesaggi e opere d'arte è un distillato del mondo, le Marche sono un distillato dell'Italia". Con questa suggestiva definizione lo scrittore e giornalista Guido Piovene sintetizzava il territorio marchigiano.

È Bruno Ferrari, emiliano d'origine, esperto conoscitore del terroir e dei vitigni marchigiani, a condurre il "vinovagare" di AIS Milano alla scoperta della poliedricità vitivinicola di questa regione.

 

La parola "Marche" indica già una suddivisione in zone territoriali. Allungate verso il mar Adriatico, al loro interno sono divise dal Monte Conero (dal greco "kòmaros", "corbezzolo") e costituite per l'85% da paesaggi collinari: qui, il clima subcontinentale e i terreni compatti e ricchi di sostanze organiche favoriscono la crescita di bianchello, sangiovese e aleatico; nell'entroterra, il clima è continentale e le marne, il limo e il calcare forniscono un ottimo habitat per due autoctoni propri di questa regione: verdicchio e lacrima; le coste mediterranee, risentendo invece delle brezze marine, con i loro terreni minerali conferiscono caratteristiche peculiari al vitigno montepulciano, differenziandolo dal resto della produzione italiana. Nel sud della regione, due vitigni riscoperti negli anni '80 hanno ormai consolidato il loro successo: dal litorale adriatico alla collina, i terreni composti da sabbia, argilla e sedimenti di quest'area e il clima mediterraneo caratterizzato da estati calde e inverni miti, consentono a passerina e pecorino di dare i migliori risultati.

 

Il relatoreIl vitigno passerina garantisce alte rese e produzione costante; i suoi profumi floreali e fruttati, di ginestra e pesca gialla, li possiamo cogliere facilmente nel nostro primo calice in degustazione, un’Offida Passerina DOCG 2015 dell'azienda Centanni. Il pecorino, vitigno originario della Valle dell'Arquata poi estesosi anche alla zona dei Monti Sibillini al confine tra Marche e Umbria, veniva in passato utilizzato prevalentemente come migliorativo di uvaggi mentre oggi viene vinificato anche in purezza. L’Offida Pecorino DOCG 2012 “Fiobbo”, in degustazione è prodotto dall'Azienda Agricola Aurora, realtà che da 40 anni segue una coltivazione biodinamica. Aurora è socio-fondatore del Consorzio "Terroir Marche - Vignaioli bio", nato con lo scopo di promuovere e valorizzare "la vitivinicoltura biologica/biodinamica marchigiana, la difesa del territorio ". Oggi il Consorzio è una realtà che conta 18 produttori con un totale di 176 ettari coltivati e una produzione di 600.000 bottiglie.

 

Altro vitigno autoctono, divenuto simbolo della viticultura marchigiana, grazie anche alla caratteristica bottiglia a forma di anfora voluta da Fazi Battaglia, è il verdicchio. Deve il proprio nome ai riflessi verdi del suo colore; è un vitigno versatile che si adatta a essere vinificato fermo, spumante e passito. In due diversi cloni, trova la sua espressione in due zone distinte: nei Castelli di Jesi - dove nacque Federico II di Svevia - le brezze marine gli conferiscono finezza, eleganza e freschezza; nella zona di Matelica, invece, risulta più morbido, sapido e strutturato grazie alla sua collocazione all’interno della Valle Camerina, al confine con l'Appennino umbro. L'azienda Borgo Paglianetto, situata tra Fabriano e Camerino, produce il Verdicchio di Matelica DOC 2015 “Petrara”, terzo calice in degustazione; mentre il Verdicchio Classico Superiore dei Castelli di Jesi DOC 2012 in degustazione è di un'azienda storica di agricoltori sin dal 1700, Bucci, che conta 350 ettari, di cui 25 coltivati a verdicchio.

 

I viniLa produzione complessiva delle Marche oggi si attesta appena sopra il milione di ettolitri annui su poco più di 17.500 ettari vitati ed è il frutto di uno sviluppo qualitativo, avviatosi a partire dagli anni '70 con l'impiego di nuove pratiche enologiche, reimpianto di vitigni e la riscoperta di vitigni antichi. Le 5 DOCG e le 15 DOC declinano tutta la peculiarità territoriale e la varietà di vitigni autoctoni di questa regione.

 

A Morro d'Alba, nel paese in cui Federico Barbarossa dimorò nel 1167, si coltiva uno dei vitigni più caratteristici della penisola. «Il vitigno lacrima di Morro d'Alba nel 1985 era coltivato solo in 7 ettari; oggi se ne contano circa 200 e dà ottimi risultati anche in versione passito -ci racconta Bruno. È un'uva che soffre molto il freddo e prende il nome dalla "lacrima" che viene fuori dall'acino al momento della maturazione. Il vino in degustazione è la Lacrima di Morro d’Alba DOC 2016 dell'azienda Lucchetti, che ha promosso il recupero di questo vitigno; i profumi di fragoline di bosco, lampone, roselline e pepe bianco che sentiamo nel nostro calice, insieme a un tannino moderato, identificano questo autoctono».

 

La degustazione si conclude con il Rosso Piceno Superiore DOC 2007 Campo delle Mura (70% montepulciano 30% sangiovese) e il Conero DOCG Riserva 2001 “Nerone” (100% montepulciano) - della Società cooperativa agricola Moncaro.