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VdA new generation: la Valle d’Aosta del futuro


VdA new generation: la Valle d’Aosta del futuro"Qui prend garde de chaque nuage, ne fait jamais voyage" ("Chi si preoccupa di ogni nuvola, non fa mai un passo avanti").

 

Con questo detto valdostano Altai Garin sintetizza lo spirito di intraprendenza di quattro giovani produttori presenti alla serata organizzata da AIS Milano sui vini valdostani di ultima generazione.

 

La coltivazione in Valle d’Aosta è considerata "eroica" a causa della forte pendenza di alcune zone, dei terreni morenici a bassa capacità di riserva idrica, dell'erosione da parte del Ghiacciaio Balteo e soprattutto della scarsità di precipitazioni. Le difficili condizioni di allevamento della vite hanno causato negli ultimi decenni l’abbandono del 40% delle superfici coltivate. Gli archi alpini racchiudono la regione e il fiume Dora Baltea la divide in due. Il Disciplinare, unico per tutta la regione, comprende 8 sottozone; si coltivano autoctoni come petit rouge, fumin, cornalin e prié blanc e uve di tradizione piemontese come nebbiolo, freisa e pinot grigio, ma anche vitigni internazionali quali pinot nero, syrah, chardonnay e petite arvine, influenzati dalla vicinanza di Svizzera e Borgogna.

 

Pur mantenendo viva la tradizione dei padri, le nuove generazioni di vignerons fanno propria questa influenza “cosmopolita” della Valle d’Aosta. Legati da un’amicizia che porta al confronto in ogni occasione, Nicolas Ottin, André e Laurent Cunéaz, Hervé Grosjean e Henri Anselmet si presentano come un’unica realtà vitivinicola, “Giovani Vignerons”, a cui hanno voluto dare vita per amore per il vino della propria terra, per la passione con cui hanno abbracciato il mestiere dei loro padri e per lo spirito di autodeterminazione e il desiderio di esprimere autonomamente la propria idea di fare vino.

 

«Vuoi esprimere qualcosa di tuo, anche se lavori in una realtà familiare perfetta e fai il vino, perché il vino è qualcosa di personale» dice Nicolas Ottin, l’ideatore del Progetto Giovani Vignerons.


Il relatore

Nicolas Ottin, figlio di Elio Ottin, è il primo a raccontare le sue esperienze in giro per il mondo ad apprendere e affinare le tecniche di viticoltura, di come la passione per il mestiere di vignaiolo si sia trasmessa di padre in figlio e di come oggi lui a fianco del padre porti avanti quel sogno nato negli anni '90 e realizzato con la "nascita" della prima bottiglia nel 2007. Insieme al Fumin Vallée d'Aoste DOP 2015, Nicolas presenta il suo Petite Arvine Vallée d'Aoste DOP 2016; con i suoi spiccati sentori agrumati, è un bianco con un’acidità importante e un titolo alcolometrico volumico di 14,5%. Altro Petit Arvine Vallée d'Aoste DOC 2016 “Vigne Rovettaz” è quello di Grosjean, frutto di un vigneto di 40 anni esposto a sud e vendemmiato quasi tardivamente, in modo da consentire una maturazione fenolica molto importante: al calice, la presenza di notevoli sostanze coloranti è dovuta alla permanenza sulle fecce, che gli conferiscono un colore carico e sensazioni olfattive di “pan brioche” litchi e pesca; è un bianco pensato per l’invecchiamento. Non da meno nel mantenere un perfetto equilibrio tra elevata gradazione alcolica e acidità è il Pinot Gris Valle d’Aosta DOC 2016 (14%) di Cave Gargantua. Situata a Gressan tra i 600 e i 1.100 m s.l.m., l’Azienda Cave Gargantua dal 2013 al 2017 è passata da 1 a 3 ettari coltivati e da 8.000 a 20.000 bottiglie prodotte – raccontano André e Laurent Cunéaz. Il loro Pinot Nero Valle d’Aosta DOC 2016, con i suoi sentori di scorza d’arancio, tarassaco e note balsamiche di erbe di montagna, si esprime con un tannino setoso e una bella sapidità. «Il pinot nero della Valle d’Aosta si può paragonare al film “L’intervista” di Federico Fellini! Non è il più famoso ma ha qualcosa da raccontare! - dice Altai Garin. Il pinot nero, vitigno già difficile, è ancora più impegnativo da coltivare, proprio per le peculiari condizioni pedoclimatiche della regione». Emerge un interessante confronto con il Pinot Noir Vallée d’Aoste DOC 2015 “Vigne Tzeriat” di Grosjean, un vino “sanguigno” con profumi di viola appassita, una delicata nota speziata e un tannino vellutato e persistente. «È il frutto di una vigna impiantata nel 1975 dal nonno. Raggiunge i 900 m s.l.m. ed è esposta a sud-est - racconta Hervé Grosjean. L’azienda conta oggi una produzione biologica di 100-120.000 bottiglie diversificate in 17 etichette. Il biologico comporta più lavoro in vigna, ma noi abbiamo fatto questa scelta perché siamo i primi consumatori del nostro vino».


I vini

L’ultimo giovane produttore, Henri Anselmet, ci presenta le sue due etichette in degustazione: Vin Blanc 2016 “Al Mister”, un assemblage di sauvignon e viognier fermentato e affinato in anfora, e il Vin Rouge 2015 “Nagòtt” (petit rouge, fumin, mayolet, cornalin, prëmetta), entrambi etichettati La Plantze. Henri infatti si divide tra il lavoro nell’azienda di famiglia, la Maison Anselmet, e questo suo progetto avviato nel 2015, che ha portato all’acquisizione di una vigna storica impiantata nel dopoguerra nel comune di Saint Pierre. Oggi le 10.000 bottiglie con etichetta La Plantze sono prodotte nella cantina di famiglia e sono il risultato del lavoro nei fine settimana e di una gran voglia di sperimentare e creare qualcosa di nuovo. Appena nate la terza e la quarta etichetta, già pianifica la quinta (50% Syrah e 50% Merlot)! Il suo è lo stesso entusiasmo condiviso dagli altri Giovani Vignerons.

 

Da cosa nasce? «Arrivi a 20-25 anni – spiega Hervé Grosjean – ed è difficile emergere in una realtà di famiglia già affermata, ma tu vuoi “spaccare il mondo”!».