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La nobiltà espressiva del nebbiolo da Barolo


La nobiltà espressiva del nebbiolo da Barolo

Una delle degustazioni più intime e attese della rassegna Enozioni 2018: Luisito Perazzo, attorno a un tavolo occupato da pochi fortunati, ci ha regalato “perle di nobiltà” con sei calici ammalianti.

Il vino di Alba era rinomato già in epoca romana e vi sono tracce di “nibiòl” nel periodo medievale, ma le origini del moderno Barolo si collocano intorno al 1830, quando il Marchese Carlo Tancredi Falletti – banchiere e proprietario terriero - sposò Juliette Colbert de Maulevrier, pronipote del ministro delle finanze di Luigi XIV.

 

Alla morte del marito, Juliette decise di affidare la gestione delle vigne familiari al francese Louis Oudart - enologo e négociant francese -, che applicò la vinificazione a secco usata per i grandi vini francesi anche sul nebbiolo. Il Conte Camillo Benso di Cavour, già sindaco di Grinzane, si interessò al punto da coinvolgere Oudart nella produzione di nebbiolo in altre zone limitrofe: fu così che anche il Re Carlo Alberto di Savoia ne divenne grande estimatore, elevando il “vino di Barolo” a vino ufficiale di corte.

 

Nel 1927 vide la luce il “Decreto sui vini tipici”, che delimitava ufficialmente l’areale di produzione del Barolo. Nello stesso anno vennero inoltre definiti i relativi substrati geologici: la zona tortoniana, caratterizzata principalmente da marne di Sant’Agata Fossili (che dà vini più profumati, fruttati ed eleganti) che ricomprende i comuni di La Morra, Verduno e una parte residuale di Roddi, Castiglione Falletto e Barolo, e la zona elveziana (composta da arenarie grigie e strati di sabbia, dove il vino risulta più strutturato e austero, più idoneo ai lunghissimi invecchiamenti), dove troviamo la restante parte di Barolo, Castiglione Falletto, Novello, Monforte, Serralunga, piccole parti di Grinzane e Diano D’Alba. Nonostante le ferocissime critiche degli esclusi, questa doppia misura sancisce di fatto la prima zonazione ufficiale avvenuta in Italia.


Il relatore

La DOC arriverà nel 1966, ma sarà il riconoscimento della DOCG, conferita nel 1980 a creare le basi per la grandezza di questo vino. La fama mondiale giunse invece in modo tutt’altro che convenzionale: furono i celeberrimi Barolo Boys, un gruppo di giovani produttori che nei primi anni ’90 fecero dell’anticonformistico ricorso alla barrique - in opposizione all’austero classicismo della botte grande - e delle concentrazioni estreme il loro cavallo di battaglia. Questo “nuovo gusto” spalancò le porte del mercato americano facendo schizzare alle stelle i prezzi delle bottiglie e, a cascata, dei terreni di Langa. Da una decina d’anni anche i cosiddetti modernisti sono in parte ritornati sui propri passi, sfornando vini più equilibrati anche in funzione del mutato gusto del mercato, ma l’impatto mediatico da loro provocato resterà nella storia.

 

Passiamo quindi ai sei calici in degustazione di Barolo DOCG:

 

Tettimorra 2010 - Scarpa: granato brillante; naso di viola, liquirizia nera e tabacco, con echi balsamici. L’ingresso in bocca è caldo e potente, con tannino deciso ma elegantemente smussato dagli oltre 36 mesi in botte grande (più 1 anno in bottiglia). Finale di grande persistenza con note di agrume scuro.

 

Resa 56 2010 – Agricola Brandini: granato trasparente; all’olfatto è intenso e austero su note di rosa appassita, susina matura e spezie nere. In bocca presenta un tannino deciso, con leggeri toni vegetali. Affina 24 mesi in botte grande e 1 anno in bottiglia.

 

Brea Vigna Cà mia 2010 - Brovia: granato luminoso. Al naso è intenso, con sentori di viola che cedono il passo a susina rossa, ciliegia e lampone. Bocca ricca e avvolgente, con tannini robusti ma maturi e lungo finale speziato e balsamico. 24 mesi in botte grande.


I vini

Mosconi 2010 - Chiara Boschis Azienda Agricola E. Pira & Figli: granato pieno; naso potente, di frutta rossa matura, con note terrose e speziate di pepe e noce moscata. Sorso austero e deciso, con tannini maturi e buona persistenza su un finale di spezie dolci. 24 mesi in barrique per la fille terrible dei Barolo Boys.

 

Bussia Cicalà 2009 – Poderi Aldo Conterno: granato luminoso; al naso offre viola e frutta rossa matura (ciliegia, susina) con echi speziati, di tabacco e di cuoio. In bocca è deciso e austero, dominato da una fitta trama tannica che però si schiude in un lunghissimo e piacevole finale agrumato. 28 mesi in botte grande.

 

Monfortino Riserva 2005 – Giacomo Conterno: il “diamante” di questa degustazione regala un granato trasparente e luminoso, e un naso dominato da susina in confettura e un effluvio di spezie nere, tabacco e liquirizia. La bocca è setosa e saporita, ancora sul frutto maturo, cui segue un allungo più nervoso dato un nerbo sapido-tannico ancora vibrante. Finale di grande pulizia, che chiude con una scia balsamica pressoché infinita.

 

Affascinati da queste ancora giovani espressioni di Barolo cerchiamo di serbarne le ultime stille nei calici, fantasticando insieme a Luisito su come potranno ancora evolvere questi fantastici vini che tutto il mondo ci invidia. Poi, come la campanella a scuola che annuncia la fine della ricreazione, torniamo al presente: un’altra degustazione di Enozioni 2018 ci aspetta!