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La verticale di Michel Furdyna: grandi vini e grandi bottiglie


 La verticale di Michel Furdyna: grandi vini e grandi bottiglie Una verticale storica, ambiziosa e rara, che entrerà nella memoria di AIS Milano: otto annate dello stesso vino, a ritroso tra il 2002 e il 1988, del Domaine Michel Furdyna.

Non sono tutte le annate rivendicate come millesimi: sono le grandi annate che hanno tracciato pietre miliari nella storia dello champagne, in un confronto ideale e diretto tra vini realizzati esattamente con le medesime modalità.

 

Qual è l’effetto di un lungo invecchiamento sullo champagne? E come evolvono questi rari millesimi? Quali sono le differenze che il tempo ha segnato? La serata condotta da Armando Castagno ha il sapore di un’indagine: in sala le aspettative sono altissime, così come la curiosità. I numeri dell’azienda vitivinicola sono quelli di una piccola realtà: dieci ettari di proprietà, per l’85% coltivati a pinot nero. Michel Furdyna, oggi affiancato dal nipote Mathieu, è il deus ex machina del Domaine, che ha visto il suo primo imbottigliamento nel 1971.

 

La produzione si assesta intorno a ottantamila bottiglie all’anno in Côte des Bar, il territorio più vasto e più a sud della Champagne viticola, che gode del clima più soleggiato, ma più freddo rispetto a Reims, da cui dista quasi 150 chilometri. Fa sempre freddo, in Côte des Bar: siamo pur sempre a una latitudine molto sopra Chablis, a 120 chilometri sopra Digione, la città più a nord della Borgogna classica.

Zona di vini profondamente minerali e di notevole acidità: marne argillose e calcaree del Giurassico Superiore, per la gran parte di piano kimmeridgiano, come a Chablis.

Nel sottosuolo si trovano piccole conchiglie di ostrica (il fossile marino Exogyra Virgula) che ci riportano alla sapidità e allo iodio del mare. Terreni straordinariamente drenanti, compensati dalla grande abbondanza di piogge della primavera e dell’inverno: la vocazione alla spumantizzazione viene da sé. Inizia così il racconto di otto annate del Brut Furdyna, un vino molto coerente nel tempo: entusiasmante la conduzione della serata da parte di Armando in un doppio binario tra vino e arte.

 

Otto capolavori del patrimonio artistico mondiale per i calici in degustazione: la sola forza icastica di queste opere è testimonianza espressiva dei millesimi che ci attendono.


Il relatore

La prima annata in degustazione dello Champagne Brut Prestige è la 2002, dégorgement 2015: è l’annata più giovane ma già matura. L’accompagna un’opera del 1891 di Claude Monet, Covoni, che pone l’accento sul calore, sulla solarità di questo millesimo: il 2002 in Champagne non è un millesimo classico, ma ha un carattere molto particolare ed espressivo. Pinot nero e chardonnay nella misura del 50% ciascuno, 7 grammi di dosaggio. Passiamo allo Champagne Brut Prestige 1996, dégorgement 2011: per lui Paul Klee, con il suo capolavoro Fish Magic del 1925: un sogno marino per un millesimo dal carattere definito, in cui lo champagne beneficia di maggiore acidità. Una visione onirica tra pinot nero (70%) e chardonnay, per note al naso dolci di miele e di fiori: una parte cerealicola che ricorda il whiskey giapponese, che si fonde in ricordi di zucchero a velo. L’enfasi è sulle note di pasticceria, una vera esplosione di millefoglie alla crema. Nel calice affiorano aromi di lanolina, di mimosa, di tarassaco. Lo sguardo di Armando la dice lunga sul livello della degustazione: letteralmente sorprendente il livello di acidità di questo vino.

 

Lo Champagne Brut Prestige 1995, dégorgement 2011 è seguito da Mezzogiorno - Riposo dal lavoro, dipinto nel 1890 da Vincent Van Gogh: qui la gradazione è più alta, per un maggiore impatto estrattivo. Un vino sferico, morbido, che in bottiglia ha trovato il suo equilibrio: al naso un’evidente speziatura si intreccia a note ossidative allo zenzero, in leggera piccantezza. Al palato frutta secca e burro fuso, opulenza in perfetta acidità.


I vini

Lo Champagne Brut 1992, dégorgement 2015 è accompagnato dalla Danza delle Ore di Gaetano Previati, del 1899: l’abbinamento comunica movimento, dinamica, curvilinearità. Il vino si presenta infatti aperto, mai contratto né acido: uno champagne di chiaroscuri, dove i ricordi sono quelli di una crema all’uovo, di un biscotto al burro, in cui la parte più opulenta e morbida si fonde tra sentori di luppolo e zenzero.

 

A seguire lo Champagne Brut 1991, dégorgement 2014, in un crescendo di sensazioni: l’opera iperrealista di Luciano Ventrone del 2016, Gioco euristico è il capolavoro in abbinamento. Il vino esprime un vero cesto di profumi, con un naso spinto su noisette e caramella mou, pain d'épices e note di rabarbaro. Armando sottolinea il fatto che questo vino difetti di continuità: classe e distinzione inequivocabili, ma la sua rarefazione forse farà sì che sarà il primo ad arrendersi al tempo.

 

Il sesto vino in degustazione è lo Champagne Brut 1990, dégorgement 2011: con lui Nave nel mare in tempesta, opera dell’armeno Ivan Ajvazovskij della metà dell’Ottocento. Siamo tra quelle onde trasparenti: al palato grande freschezza, per un vino di elevata complessità che ci ricorda le note iodate dell’acqua del mare, il profumo salmastro e il sapore delle alghe. Seguono lo Champagne Brut 1989, dégorgement 2011 e Gotham News, l’opera del 1955 di Willem de Kooning: la tela esprime grande vitalità, e sui nostri visi magicamente scorre il vento dell’energia. «Un vino che spettina», lo definisce Armando: la quiete dei vini precedenti è solo un ricordo. L’enfasi è sulle note minerali, sulla pietra focaia, sulla polvere da sparo, tipiche da evoluzione terziaria. Ed ecco che da lì a poco compare il frutto che non ti aspetti, pesca e frutta secca.

 

Gran finale con lo Champagne Brut 1988, dégorgement 2013 e con la Natura morta di Giorgio Morandi del 1954: è l’essenza del mistero di una natura ritrosa ma espressiva, in un’annata che ha dato vini molto riflessivi. Note cerealicole e di saggina, di vegetale secco: vino declinato in una sorta di understatement, dove tutto è molto più docile. Un naso al limite dell’austero, di grande finezza: la sua grande compostezza lascia comunque filtrare note agrumate di buccia di mandarino. È un vino straordinariamente elegante.

 

Armando conclude la serata sottolineando quanto la scelta del millesimato sia sempre rischiosa: «si prende il bello e il brutto della vendemmia». La verticale del Brut Furdyna dà voce alla Champagne delle piccole cose, alla dimensione artigianale: per questo è ancora più rara. I complimenti vanno anche al gruppo di servizio che, con perizia, tempismo e grande professionalità, ha consentito a queste bottiglie di rivivere in condizioni ideali. Si tratta dell’ultimo appuntamento di AIS Milano che vede Hosam Eldyn Abou Eleyoun in veste di delegato: l’abbraccio con Armando chiude la serata. Emozione e commozione, il vino è anche questo.