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Château Musar: come nasce un mito


Château Musar: come nasce un mito

Ogni produttore di vino ha una grande fortuna: lavorare con qualcosa di vivo, che dovrebbe continuare a tenere in vita.

È stato questo il modus operandi di Serge Hochar, produttore dall’intuito geniale e dall’animo gentile, figlio di quel Gaston che nel Libano, con le sue valli e le aspre catene montuose, il clima mediterraneo e un sottosuolo ricchissimo, aveva visto una regione accogliente e generosa, la “terra promessa” dei suoi vini e della sua azienda, Château Musar.

 

Correva l’anno 1930 quando Gaston Hochar cominciò la sua avventura vitivinicola nella Valle della Beqa’, 30 km a est di Beirut. Di ritorno da un viaggio in Bordeaux, Hochar maturò la convinzione che in Libano ci fossero le condizioni climatiche e la composizione dei terreni ideali per la produzione di vini di qualità. Le prime barbatelle furono piantate quando il Paese era sotto mandato francese – i soldati stessi divennero i migliori clienti della famiglia Hochar.

 

Nel 1959 la guida passò al figlio Serge. Pioniere, filosofo, vera fonte di ispirazione per l’azienda, per lui produrre vino è sempre stata una forma d’arte. Grazie a una gestione illuminata e virtuosa, Château Musar ha attravesrato quindici lunghi anni di guerra civile, e Serge è diventato uno dei più ammirati produttori di vino al mondo. Precursore del biologico e dei vini naturali, ai suoi occhi fu subito chiaro che le condizioni climatiche della Valle della Beqa’ consentivano di fare a meno di trattamenti chimici in vigna e che da quelle viti, che raggiungevano anche i 100 anni, si potevano ottenere vini magnifici. Anche oggi è così: cabernet sauvignon, carignan, cinsault e grenache per i rossi, obaideh e merwah per i bianchi, vini longevi ed eleganti, “perle del Mediterraneo”, come le sei annate degustate con Nicola Bonera durante Enozioni 2018.


Il relatore

Bere i vini di Château Musar non è un’esperienza ordinaria: le sensazioni che fanno nascere sono insolite e possono stupire persino un esperto degustatore. «Non dovrei neanche pensarlo, lo so, ma questo Château Musar 2009 è etereo e vinoso», dice Nicola Bonera, e poi precisa: «certamente non può trattarsi di un etereo da evoluzione, ma di quella sensazione legata all’alcool che non ha ancora macerato la frutta.» All’assaggio si manifesta tutta la giovinezza del vino: pulito, asciutto, fresco; a nuove olfazioni sprigiona sentori di cedro, conifera e resina di pino. Una nota di arancia amara prevale all’inizio, ma poi si mostra gustoso, con un tannino saporito che potrebbe essere più dolce e integrato, sebbene non sia amaro. «È un vino con un glorioso avvenire. Bisogna solo aspettare.».

 

L’annata 2007 non è stata semplice: caratterizzata da iniziali gelate e piogge, si è conclusa con temperature quasi torride. Al naso seduce subito con sentori eleganti di frutto nero macerato e un mix di spezie classicheggiante (chiodi di garofano, bacche di ginepro, pepe nero). È mediterraneo, salino, minerale, «sfacciatamente più complesso del precedente, è un vino che dopo 10 anni comincia a dire qualcosa in più», aggiunge Nicola. In bocca è vellutato, sottile, esaltante, sembra di bere un’essenza.

 

Continuiamo con Château Musar 2004 e le sorprese non mancano: sembra più giovane del 2009 e del 2007; non c’è esplosione di profumi, ma primeggia quella grande semplicità che è sinonimo di eleganza. «Il tannino è magistrale», commenta Nicola. Nel finale persistono i caratteri fruttati e si affiancano a una spezia non consumata, ma viva e fragrante, insieme a una lieve nota d’incenso. Un vino nobile, molto diverso da Château Musar 2000. Annata generosa, quest’ultima, con uva molto ricca di zucchero. Tuttavia al naso il vino delude un po’, sembra quasi un infuso verde, poco vivace, per nulla brioso e immediato. Lentamente si palesa un’impronta più animale, propria dell’evoluzione: si riconoscono note di cuoio e di pellame, ma al palato ha poco slancio, sembra «invecchiato più del dovuto».


I vini

Ma non disperiamo: Château Musar 1998 ci fa rinascere. Naso balsamico, vigoroso, con profumi pieni, netti, mediterranei. È un vino fine, arioso ma non leggero. Intensa la speziatura, rinvigorita da note di oliva e mora, è tostato, speziato, balsamico. «Ho quasi paura ad assaggiarlo, non voglio rimanere deluso», confida Bonera. In realtà all’assaggio è quasi un elisir: leggiadro, schietto, emozionante.

 

Riuscirà il bianco Château Musar 2006 a reggere il confronto gustativo? Le sorprese non mancano. Ottenuto da vigne vecchie di obaideh e merwah, con affinamento in barrique, questo bianco ha un indimenticabile carattere burroso, immediato e nettissimo, e sprigiona sensazioni odorose di pasta frolla e burro morbido; una speziatura dolce ma anche sentori di caffè, noce e buccia di clementine. «Sembra un vino rosso: in questo bicchiere c’è tutto quello che si potrebbe percepire in un barolo di trent’anni…» dice Bonera. E infatti il bianco supera i rossi in potenza. Salino, teso, nervoso, ha una spiccata sapidità e una lieve tostatura nel finale. «Questo campione ha vinto sui rossi proprio per la sua potenza», chiude Nicola, e non ci stupisce: in questa degustazione le emozioni e le sorprese hanno raccontato come un territorio straordinario insieme all’intuito dell’uomo possono veramente creare un mito.