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Taste Camp, ovvero l’arte di comunicare il vino

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Qualunque vino merita di essere raccontato «Comunicazione è un termine ampio, ancor più se associato al mondo del v...

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Taste Camp, ovvero l’arte di comunicare il vino


Taste Camp, ovvero l’arte di comunicare il vino

Qualunque vino merita di essere raccontato

«Comunicazione è un termine ampio, ancor più se associato al mondo del vino» esordisce Samuel Cogliati.

 

E chi più di lui, che ne ha fatto una professione, è titolato per parlarne? Come editore, scrittore, giornalista, critico e divulgatore si trova ogni giorno a dover decidere cosa e come comunicare. Siamo proprio sicuri di sapere cosa vuole dire “comunicare” nel mondo del vino? Qualcuno dei presenti alla serata dedicata all’arte di raccontare il vino, tenta di dare la propria versione: «…comunicare un vino significa fare un racconto non tecnico, emozionale». Siamo tutti d’accordo: raccontare un vino è trasmettere emozioni.

 

Ma per Samuel, la comunicazione abbinata al mondo del vino, ha sempre un’implicazione di carattere commerciale. Inoltre, l’aspetto iconografico oggi sta guadagnando sempre più una posizione privilegiata, a discapito di quello testuale. Insomma, il mercato vuole immagini, quasi prive di testo. Con una fotografia, per esempio, si può raggiungere chiunque. Una sfida non facile, ma che va affrontata perché la strada verso questo cambio di paradigma è ormai tracciata e non si torna più indietro.

 

Proviamo ad addentrarci in questa realtà e cerchiamo di capire qualcosa di più. Innanzitutto, quando si deve descrivere un vino, la degustazione deve essere svolta necessariamente alla cieca, a bottiglia coperta, adoperando solo gli strumenti di cui siamo dotati: vista, olfatto e gusto. Purtroppo, come uomini, siamo fisiologicamente limitati, ma possediamo la capacità di esprimere, verbalmente o iconograficamente, l’immagine che il cervello elabora durante tale esperienza. Possiamo perciò trasmettere la nostra valutazione utilizzando simboli, icone, come grappoli, bicchieri o stelle che hanno il vantaggio di essere immediati, così come il punteggio che assegniamo a un vino.

Il relatore

 

Si deve però tener sempre presente che questi strumenti, se mal utilizzati, possono rivelarsi addirittura iper-efficaci in quanto stabiliscono gerarchie funzionali e fasce di qualità portando inconsciamente il consumatore a spostare il proprio interesse verso prodotti di alto livello, quasi sempre costosi, a discapito di quelli medi che per diverse ragioni privilegiano la semplicità, la schiettezza ma che non sempre possono essere collocati al vertice della piramide qualitativa.

 

Ovviamente anche questi vini meritano di essere raccontati, impiegando un diverso mezzo di comunicazione, sicuramente più difficile e complesso, che richiede un uso oculato delle parole. È evidente che se ci si limitasse a descrivere un vino adottando un approccio analitico, cioè elencando semplicemente le sue caratteristiche chimiche quali acidità, tannino, pH, alcol, non faremmo altro che fornire un quadro sicuramente preciso, ma asettico. Per far emergere la personalità del vino, perciò, si ricorre spesso allo strumento letterario per antonomasia che è la metafora, essendo il linguaggio della degustazione povero dal punto di vista lessicale. Potremmo così sbizzarrirci e lanciarci in espressioni quali: «Questo vino è goloso, succulento», aggettivi che rendono bene la sensazione che si prova quando si beve quel vino. In questo modo, utilizzando un solo attributo, ci avvarremo di una «densità semantica e una capacità di sintesi di deflagrante potenza», spiega Samuel.

 

Un solo aggettivo, se ben trovato, può aiutare a riassumere l’identità di un vino. L’operazione è sicuramente complessa e delicata, come nel caso delle schede di degustazione di un vino, che devono essere: «le più brevi e concise possibili» perché «ciò che viene dilungato è difficilmente leggibile e interpretabile, soprattutto se si sommano le metafore».

 

A questo punto, la frontiera ideale, la massima ambizione a cui deve tendere il degustatore perfetto, è articolare il motivo che lo autorizza a utilizzare, per il vino che sta degustando, l’aggettivo supremo e cioè “buono”. E la bravura del degustatore sta proprio nel giustificare l’uso di questo termine, nel saperlo argomentare, stavolta, senza metafore, utilizzando aggettivi più consoni a descrivere il prodotto “vino”.


I vini

Appagati dal punto di vista teorico, non rimane altro che applicare quanto appreso con la degustazione, rigorosamente alla cieca. Descrivendo le caratteristiche percepite per ogni vino, ipotizzando man mano vitigno, origine o peculiarità, ci si accorge che senza avere punti di riferimento non è facile riuscire a identificare quello che stiamo degustando, tanto che, alla fine, i vini proposti inganneranno persino un esperto degustatore come Samuel, che non ne “indovina” neppure uno. Ma proprio questo è il bello perché «uno degli elementi determinanti di una buona comunicazione/informazione/divulgazione di un vino è saper cogliere i caratteri distintivi. Dire perché non assomiglia ad altri e perché se ne distingue».

 

La serata si conclude con un incoraggiamento da parte di Samuel, a tutti noi: «Non abbiate mai paura di pronunciarvi, di prendere una posizione. Si è bravi perché ci si mette in gioco e non perché si indovina.» Insomma, non si finisce mai di imparare perché una volta che si pensa di avere dei punti di riferimento e si passa a degustare alla cieca, inevitabilmente si ritorna al punto di partenza.