Ultimi articoli

Dall’antipasto al dolce. A cena con la Nocciola Tonda Gentile di Langa

News image

L’Alta Langa e le sue famose nocciole protagonisti della rassegna SENSO, guidati dai sommelier Davide Garofalo e Aless...

Recensioni | Susi Bonomi

L’Irpinia e il suo patrimonio di diversità

News image

In compagnia di Monica Coluccia, alla scoperta delle differenti espressioni che il fiano può dare a Montefredane e Lap...

Recensioni | Marco Agnelli

Il Casertano con i suoi vini da vitigni autoctoni

News image

Intrigante viaggio degustativo con Guido Invernizzi, a partire dalla storia millenaria della Campania per arrivare a s...

Recensioni | Daniela Recalcati

Valtellina #nofilter

News image

Una tavola rotonda presieduta da Sara Missaglia per conoscere la valle, gli uomini e le donne che fanno la differenza ...

Recensioni | Paola Lapertosa

A caccia di pinot nero sulla collina di Mazzon

News image

Con Gabriele Merlo alla scoperta di uno dei grandi cru del pinot nero in Italia. Gli “addicted” di pinot nero lo ri...

Recensioni | Giulia Cacopardo

Gravner: la vera rivoluzione non è nell’aggiungere, ma nel togliere


Gravner: la vera rivoluzione non è nell’aggiungere, ma nel togliere

Una linea curva: l’incontro con Mateja Gravner e i vini di suo padre Josko è una serie infinita di punti che si susseguono senza interruzioni, cambiando di continuo direzione.

Un’alternanza di emozioni e sentimenti a metà tra la ragione e l’onirico, un percorso tra passato e presente per scoprire vini crudi e sinceri, che hanno fatto la storia e aperto il mondo agli orange wine. O vini macerati, come a Josko piace definirli.

 

Una linea curva che unisce anfore, bicchieri a coppa e il ventre della terra: perché è da lì che tutto ha origine. Una linea curva che altro non è che un abbraccio, e include tutti i presenti in sala. Un filo con due capi, uno nel cuore di Mateja e l’altro tra le mani di Altai Garin che guida la degustazione: Mateja e Altai si conoscono, o meglio, si riconoscono. L’identità è nel rispetto di ciò che si ha nel bicchiere e nell’amore per raccontarlo.

 

Tutto ha inizio con la storia di un uomo che ha sognato, studiato, percorso strade nuove ed è tornato indietro. E ogni volta è ripartito, con umiltà, coraggio e immensa forza interiore. Ha ammesso i propri errori e vissuto successi. Ha trasmesso tutto questo ai suoi figli e oggi continua a sognare.

Non è semplice raccontare di Josko, forse anche per quella sua naturale ritrosia a parlare in prima persona e a indossare i panni del protagonista. Lo fa Mateja, la figlia che Josko ha avuto a soli 21 anni, e lo fa con amore, sincerità e schiettezza. Non avrebbe potuto farlo diversamente, e l’adagio popolare che vuole che il frutto cada vicino alla pianta non mente mai. Josko è un uomo che fa vino, valorizzando le uve della sua terra, con spazio, tempi e modi della natura, lasciando che le cose accadano. Franco Arminio, poeta del nostro tempo, ha scritto: «oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare». E allora Josko Gravner è un rivoluzionario.

 

La storia aziendale è lasciata alle parole di Mateja, ed è un racconto di famiglia intriso di tanta saggezza e responsabilità, e della consapevolezza che ogni singola azione impatta inevitabilmente su ambiente e società. L’azienda è biologica e biodinamica e, poiché il peso di un’impronta nel mondo non si misura con una certificazione, ha scelto di non richiederla. «Siamo contadini, e siamo i primi a tutelare l’ambiente. Prenderci cura della terra è per noi automatico».


Il relatore

Benessere per l’uomo, per le generazioni future, per le specie vegetali e animali. «Nelle vigne abbiamo tantissimi alberi: abbiamo riportato gli uccelli e abbiamo introdotto più di duecento nidi artificiali. Gli uccelli non si nutrono dell’uva, ne fanno ricorso per la sete» prosegue Mateja. «Se riportiamo acqua nel vigneto creiamo un ambiente vivo: zanzare, rane, rospi, uccelli. Non si fa tutto questo per la certificazione: è un dovere verso tutti quanti: dobbiamo lasciare questo ambiente anche a chi non beve vino»”.

 

Nel concetto di restituzione viene meno il concetto di proprietà, per lasciare spazio a quello più alto e nobile di custodia.

 

«Se sai che il bambino sta bene, non è così importante sapere che sia maschio o femmina”, sorride Mateja. Per il vino non è prevista la clausola “soddisfatti o rimborsati”, ed è sempre buona la prima: «se è a posto, se è fatto bene, è e sarà sempre in equilibrio».

 

Il racconto di Mateja inizia a Oslavia nel 1901, anno in cui nasce l’azienda: è il bisnonno che cura i 2,5 ettari di vigneti. Terra di confine dove, dopo la seconda Guerra Mondiale, il 65% delle uve sono allevate in Italia e il 35% in Slovenia. «Eravamo contadini» – racconta Mateja – «intorno a noi uva, ciliegie, albicocche, un po’ di orto, mucche, maiali. Il bisnonno era conosciuto perché aveva la cantina pulita. Siamo stata una delle famiglie più fortunate: alla fine della Guerra (il primo conflitto mondiale, ndr) la casa era ancora in piedi, protetta da una leggera conca, ma i confini sono cambiati. Facciamo parte dell’Italia e il mercato di riferimento e di confronto per i nostri vini non è più l’estero, l’Austria, ma l’Italia. Il nonno prosegue quanto ha fatto il bisnonno, e il vino si vende sfuso nell’osteria di famiglia. Mio padre Josko è il quinto figlio dopo quattro femmine, e la famiglia investe in istruzione e autonomia per tutti i figli: tutti frequentano l’università, e le donne per la prima volta».


I vini

Negli anni ’70 prende piede l’imbottigliato e cambia il modo di fare vino: Gravner all’epoca produceva vini che facevano un po’ di macerazione sulle bucce, tra le 24 e le 48 ore, ma che il consumatore sembrava non gradire più: «avevano il colore sbagliato, e non venivano nemmeno assaggiati». È l’epoca dei vini “bianco carta”, molto diversi dal colore carico e caldo dei vini di Gravner. «Il nonno, che aveva fatto quei vini tutta la vita, non capiva perché» – prosegue Mateja – «e Josko, che aveva appena terminato la facoltà di viticoltura ed enologia e che è molto spiccio, dice a suo padre che era ormai vecchio e non capiva nulla».

 

Josko comincia a fare il vino come gli hanno insegnato a scuola: gli hanno insegnato che si può fare tanto e bene.

 

È una storia vecchia come il mondo, giovani e meno giovani su fronti opposti, con i ragazzi convinti di saper fare tutto e meglio. Il nonno gli aveva insegnato che le due cose insieme non si potevano fare: o tanto o bene, ma Josko non ne voleva sapere.

Mateja racconta della caparbietà del padre, dell’introduzione spinta della tecnologia, della rincorsa al moderno: una smania futurista, un demone meccanico che lo domina e che lo porta a fare tanto. Tutto serve, anche solo per capire e trovare la strada. Nel 1982 Josko si accorge che tecnologia, quantità e produzione su scala industriale non pagano e non funzionano. E allora si ferma.

 

Papà si rende conto che è un gioco in perdita e comincia a limitare la quantità. Nel giro di pochissimo arriva una qualità diversa.

 

Un cambiamento di rotta che è una grande lezione di vita. Nello stesso anno Josko introduce anche le barrique, a modo suo, usandole per fermentare e far riposare i vini bianchi per 12 mesi, proseguendo l’affinamento in acciaio per un altro anno. Il mercato li gradisce, e i ristoranti acquistano bottiglie in quantità quasi industriale. Negli anni ‘80 Josko viaggia tantissimo: è del 1987 il mitico viaggio in California con un gruppo di viticoltori dell’Alto Adige. La Napa Valley è una sorta di eldorado, l’avamposto mondiale della modernità. Assaggia per la prima volta il sauvignon con aromi aggiunti: ed è in quel momento che Josko capisce quello che non vuole fare.


Il relatore

«Josko non vuole un vino che di fatto è un drink; quella non era la strada di mio padre». Sperimenta le prime macerazioni, ribolla fermentata sulle bucce senza lieviti selezionati e senza controllo della temperatura, e solo così ritrova il sapore dell’uva ribolla.

 

«Noi mangiamo le nostre uve, ne conosciamo il profumo e il gusto, la ribolla è croccante: se spremuta leggermente dà un vino senza carattere, se invece la spremitura è eccessiva si rischia un vino amarognolo». Josko cambia, vende tutte le vasche in acciaio e inizia le macerazioni in botti di legno. Nel 1997 arriva in cantina un’anfora di poco più di duecento litri, un qvevri georgiano, e sperimenta la macerazione dell’uva in questo contenitore interrato. E se ne innamora: la macerazione è più omogenea, quella che tutte le uve vorrebbero avere.

Nel 2000 Josko va in Georgia con una domanda che cerca risposte: «c’è ancora qualcuno in grado di fare anfore dal momento che c’è ancora qualcuno che le sa usare?» Cerca anfore quasi disperatamente: le trova e le acquista, e dal 2001 le prime fermentazioni in anfora. Sono parole di Mateja, ma chiudendo gli occhi potremmo sentire Josko:

 

L’anfora non cambia il sapore del vino e permette macerazioni più lente e più graduali. È un ventre materno che permette, durante le fermentazioni, l’estrazione di tutte le sostanze migliori dalla buccia.