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Vinovagando – Sicilia: il nostro viaggio ferma in Trinacria


Vinovagando – Sicilia: il nostro viaggio ferma in Trinacria

Adriana Licciardello ci ha guidato in un suggestivo viaggio in terra sicula, raccontando con passione l’ampio e variegato territorio siciliano con una ricca degustazione di 6 vini.

Carnagione olivastra, profilo medio-orientale incorniciato da vaporosi e abbondanti ricci corvini, marcato accento catanese che non è stato minimamente scalfito dagli oltre 20 anni di vita milanese: basta uno sguardo per capire come non vi potesse essere scelta più “autoctona” per raccontare questa tappa di Vinovagando.

 

La Sicilia, oltre a essere la più grande isola del Mediterraneo, è anche la più estesa regione italiana: terreni, clima, vitigni, variano notevolmente da un capo all’altro, al punto che sarebbe impossibile (oltre che fondamentalmente errato) trovare un'unica definizione di “vino siciliano”. Tutti i vini in degustazione sono pertanto preceduti da una breve introduzione, volta a definire l’areale produttivo e a farci comprendere meglio le caratteristiche territoriali che poi andremo a ricercare nel calice.

 

Si parte con un Sicilia DOC Grillo LaLùci 2016 dell’azienda Baglio del Cristo di Campobello: ci troviamo nella campagna agrigentina, a 30 km dal litorale di Licata da cui arriva una costante brezza. Il vino è prodotto con uve grillo in purezza e affina per 3 mesi in acciaio sulle fecce fini, dove acquisisce maggiore corpo ed eleganza. Il nome è dedicato al colore, un giallo paglierino illuminato da screziature dorate; al naso offre note dolci e agrumate, che ricordano fiori di zagara, pompelmo giallo e un tocco di mandorla verde. In bocca rivela una sapidità diffusa, che alterna ritorni agrumati ed erbe aromatiche, chiudendo con sbuffi iodati e balsamici: un vero e proprio “vino di mare”.


Il relatore

Ci spostiamo nella zona nord-orientale, per sbarcare nelle Isole Eolie. Il Salina IGP Bianco Secca del Capo 2015 dell’azienda Colosi, malvasia delle Lipari in purezza, è un vino portatore di una tendenza sempre più diffusa negli ultimi anni: vinificare questo vitigno in versione secca in modo da ampliarne le possibilità di utilizzo e di beva rispetto alla tradizionale - e sempre ottima - versione passita. Pietro Colosi, titolare dell’azienda che gestisce con i due figli, è stato per anni stretto collaboratore e conferitore di Carlo Hauner (uno dei simboli della viticoltura eoliana), ma dal 2004 ha iniziato a produrre in proprio il ricavato dei suoi 10 ettari. Dal calice, di un intenso color paglierino, si liberano echi di macchia mediterranea, rosmarino e timo, cui si affiancano note di pesca gialla matura e frutti più esotici come mango e fico d’India. In bocca si mostra più rotondo e avvolgente, sempre accompagnato da una buona freschezza, ma con una sapidità più smussata. Nel persistente finale rivela al retro-olfatto tutta la sua carica aromatica, sapientemente dosata.

 

Il terzo e ultimo bianco accende di orgoglio gli occhi della nostra relatrice: arriviamo finalmente nel suo amato territorio etneo dove, in luogo del più blasonato rosso (composto da nerello mascalese e nerello cappuccio), la scelta è caduta sull’Etna Bianco Superiore DOC Pietramarina 2007 dell’azienda Benanti, prodotto con uve carricante in purezza. Quello che a prima vista potrebbe sembrare un azzardo – un vino bianco di 11 anni – si rivela in realtà un’incredibile prova di forza di questo territorio: colore di un dorato leggero ma pienamente integro, ci regala un naso che profuma di magnolia e ginestra, un tocco etereo di idrocarburi e una speziatura di zenzero e anice stellato. L’assaggio è pieno, rotondo, generoso nel calore che ci illude prima di stupirci con una sferzata di pompelmo e pesca gialla, chiudendo su una scia pressoché infinita di sapidità iodata.

 

Giro di boa con il quarto vino: Sicilia DOC Nero d’Avola Lu Patri 2013, nuovamente dell’azienda Baglio del Cristo di Campobello. Qui territorio e vitigno si esprimono all’unisono nel calice, in una fitta veste rubino che sprigiona note balsamiche e di spezie nere che si alternano a frutta nera succosa: amarena e more mature. In bocca giunge il calore delle estati siciliane, equilibrato da una vena acido-tannica ben integrata che sostiene il sorso senza graffiare il palato. Il finale è di ciliegia sotto spirito, pepe e tabacco essiccato.


I vini

Il quinto vino è un’altra “scommessa” (peraltro vinta a piene mani) della serata: IGT Sicilia Rosso Duca Enrico, primo nero d’Avola in assoluto vinificato in purezza, che ha fatto la storia del vino siciliano a fine anni ’80. Azienda Duca di Salaparuta, annata 1997, l’ultima vinificata dal suo creatore Franco Giacosa, ci regala un’eleganza retrò, di ciliegia sotto spirito. Riecheggiano al naso note di vermouth, erbe officinali, ginepro, cannella, sinfonie balsamiche di legni orientali e incensi. Bocca sorprendentemente fresca e sapida, viva, così come un tannino in chiaroscuro che accompagna il finale, coniugato su tabacco e liquirizia dolce.

 

Chiudiamo infine con un grande tributo al Marsala di Cantine Florio: Targa “Riserva 1840” 2003 Superiore Riserva Semisecco, che deve il nome alla storica corsa automobilistica siciliana ideata nel 1906 dalla famiglia Florio. Il calice ambrato offre note di datteri, mallo di noce, rabarbaro, liquirizia e scorza d’arancia amara. L’ingresso in bocca è morbido e avvolgente, con suggestioni di chinotto e tamarindo, fino al lunghissimo finale di caffè e cioccolato fondente. Un fulgido esempio di quello che questa tipologia può offrire in termini di complessità gustativa, mantenendo grande versatilità in abbinamento al cibo.

 

Adriana ci congeda con una frase di Goethe che sintetizza lo stato d’animo di molti dei presenti in sala, al momento di alzarsi: «L’Italia, senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto…». E così si chiude il sipario.