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Sardegna, vini figli del mare e del vento


Sardegna, vini figli del mare e del vento

Ultima serata della rassegna Vinovagando: come tutte le “fini” già si immagina un nuovo inizio, tra nostalgia e attesa.

A maggior ragione quando gli eventi sono tappe di un percorso vivo e autentico tra vini, territori, gente ed emozioni.

 

L’ultimo viaggio di quest’anno è con Massimo Recli, che ci porta in Sardegna, e lo fa chiedendoci immaginazione, unico ingrediente per riuscire a sentire il profumo di macchia mediterranea, di mirto, di miele di corbezzolo. Il dove è una sequenza casuale tra nuraghi, entroterra, costa o terrazza elegante: la carezza è del mare, l’energia è del vento.

 

La Sardegna non è una regione monostagionale, che si vive solo d’estate: lo sforzo va nella comprensione delle espressioni e delle dinamiche a tutto tondo, dal paesaggio alla biodiversità di cui la Sardegna è ricchissima. Il vigneto è parte integrante del territorio: presente quasi ovunque, dalle pianure più fertili vicino al mare sino all’alta collina e alle zone più interne, tra nuraghi e greggi di pecore: sono segni di civiltà, al di là della modernizzazione. Una regione dai tanti nomi: Hyknusa, Sandaliotis, Argyroflepsù, dove la radice etimologica Iqnû-sû ci riporta al turchese e al blu dei lapislazzuli e, come immediata associazione, al colore del mare, al grande blu.


Il relatore

Le prime testimonianze di viticoltura sono di epoca prenuragica, oltre 5.000 anni fa: brocche, anfore vinarie e suppellettili utilizzate per servire il vino sono state ritrovate sia in Sardegna sia a Creta, a testimonianza di una sorta di rotta nel Mediterraneo per il commercio del vino. All’interno di un sito archeologico nei pressi di Monastir è stato rinvenuto, nel 1993, un antico torchio del IX sec. a.C.: è la testimonianza del più antico laboratorio di vinificazione dell’isola. Vinaccioli carbonizzati del XII sec a.C. sono stati inoltre ritrovati presso il nuraghe Adoni di Villanovatulo, in provincia di Nuoro. Una terra flagellata da invasioni talvolta benefiche e pacifiche, come quella fenicia, talvolta conflittuali come quella cartaginese, avvenuta nel 509 a. C.. Ma la Sardegna ha ricevuto anche tanto dagli invasori: strade e opere di ingegneria dai Romani, che arrivarono nel 238 a.C., e dai Bizantini, che approdarono nel 534 d.C. con nuovi vitigni (come le malvasie) e tecniche dei monaci basiliani. Un continuo susseguirsi di dominazioni, influenze, rinnovamenti e abbandoni: i genovesi e i pisani delle Repubbliche Marinare, i monaci benedettini, cistercensi e camaldolesi che portarono la monica sull’isola, il dominio sabaudo.

 

La storia di un passato per tanti versi tormentato e che Massimo ci racconta con curiosità, aneddoti e documenti: una sinusoide storica tra momenti alti e regressioni, una frenetica sequenza di passaggi, influenze, commistioni: solo così si spiega la molteplicità di vitigni in Sardegna. Da un lato i cosiddetti Big Five, i vitigni internazionali (cabernet sauvignon e franc, syrah, chardonnay, sauvignon) che ben esprimono il carattere dell’isola, dall’altro un’infinità di vitigni autoctoni, equamente ripartiti tra bacca rossa e bianca. Sono l’evoluzione della vitis sylvestris, che cresce spontaneamente vicino ai corsi di acqua e che è stata nel tempo addomesticata. Un patrimonio genetico elevato che si declina in argumannu, arvesiniadu, azina de Tres Bias, caddiu, nieddu mannu, panzale, tintillu, solo per citare alcuni tra i vitigni meno conosciuti che fanno da contraltare ai più noti cannonau, vermentino, nuragus, vernaccia, carignano, nasco, moscato, malvasia (famosa quella di Bosa), monica, bovale, cagnulari, torbato. Circa 13.000 ettari sono a guyot, mentre l’alberello è ancora praticato, con circa 11.000 ettari allevati, prevalentemente per la vernaccia di Oristano. La maturazione in botti, di rovere o castagno, scolme per il 5-10% con sviluppo della flor, ha reso celebre e riconoscibile questo vino, particolare per colore e per ricchezza del corredo aromatico da note ossidative.

 

La Sardegna oggi rappresenta il 4% della superficie vitata italiana con una produzione dell’1% del vino italiano, 39.165 aziende (di cui 200 imbottigliatrici) e 21 cantine sociali con il 56% della produzione totale. L’area climatica è mediterranea, con inverni miti ed estati caldi, la presenza del Maestrale e l’influsso dominante del mare che è sostanzialmente a breve distanza da tutti i punti dell’isola. L’elevata radiazione solare si alterna a una piovosità a carattere ciclonico, con una media annuale di 775 mm di pioggia. Dal punto di vista vitivinicolo, negli anni ‘90 si realizza la svolta grazie a enologi di nuova generazione che portarono, ad esempio, la vinificazione a temperatura controllata, e introdussero guyot, spalliera e cordone speronato. L’obiettivo di raggiungere un elevato livello qualitativo è oggi centrato, e la degustazione ne è la prova.

 

Vino Spumante di Qualità Metodo Classico Brut Solais - Cantina Santadi

La Cantina si trova nel Sulcis, a Santadi: Giacomo Tachis ha lavorato qui e ha creato il noto Terre Brune che ha contribuito a lanciare i vini sardi. Metodo classico da vermentino al 90% e 10% pinot nero su terreni sabbiosi di medio impasto, 30 mesi sui lieviti e 6 mesi in bottiglia prima della messa in commercio. Questo vino, che è frutto di un gemellaggio con l’Oltrepò, si distingue per spuma cremosa, sentori di fiori bianchi, frutti bianchi, crosta di pane, nocciola. Acidità morbida per un vino suadente: la beva è molto gradevole, freschissima.

 

Vermentino di Sardegna DOC Villa Solais 2016 - Cantina Santadi

85% vermentino e 15% nuragus, con uve provenienti da 5 comuni del Basso Sulcis, è ottenuto tramite pressatura soffice, fermentazione in acciaio, qualche mese a contatto sui lieviti prima dell’imbottigliamento per conferire maggiore struttura. È il vermentino delle sabbie: note di fiori bianchi, di mela renetta, tiglio, scorze di mandarino. Al palato esprime brezza marina, salinità: sapido ma equilibrato, gradevolissimo con una nota finale leggermente ammandorlata che è il marcatore del vitigno. Perfetto l’abbinamento che ci propone Massimo, con insalata di mare.


I vini

Vermentino di Sardegna DOC 2014 - Cantine Su’entu

Siamo in località Sanluri: qui il vento soffia potente a 350 metri sul livello del mare. Vermentino in purezza, fermentazione in acciaio e 5 mesi sui lieviti prima dell’imbottigliamento. Il prodotto qui è più concentrato: il territorio è diverso, con porzioni calcareo-marnose e ricche di argilla. Frutta a polpa gialla, erbe aromatiche, con una struttura che si avverte già al naso. Mineralità, sapidità, con un palato che rimane fluido e scorrevole, elegante, al di là della nota alcolica. Il vermentino denota l’evoluzione, con note di idrocarburi. Qui il mare arriva, con le uve coperte da macchie di colore bianco, che non è pruina, è sale. L’abbinamento è con un primo piatto della tradizione sarda, malloreddus allo zafferano.

 

Tharros IGT Bianco Karmis Cuvée 2014 – Azienda Contini

È la cantina più vecchia della Sardegna, di Cabras (Oristano). La viticoltura è convenzionale e biologica certificata per il 10% degli ettari vitati. 70% vernaccia 30% vermentino: tiglio, frutta tropicale, banana, ananas, sapidità che arriva anche al naso. Al palato equilibrio perfetto con la morbidezza: una bella salinità, piacevole aromaticità. Culurgionis d’Ogliastra, cucina di montagna in abbinamento.

 

Valle del Tirso IGT Nieddera Rosso I Giganti 2012 - Azienda Contini

85% nieddera (varietà autoctona, vitigno tipico dell’oristanese, che si presta a grandi rosati), 15% caddiu e bovale sardo. La fermentazione è stata bloccata per lasciare un sottile residuo zuccherino che dà al vino finezza, piacevolezza, bevibilità. 10-12 mesi in tonneaux di rovere francese di primo e secondo passaggio, 6 mesi in bottiglia. Frutti rossi, speziatura, incenso. In bocca è sapido, morbido, con un tannino gradevole. L’abbinamento è territoriale, con anguilla arrosto, tipica di Oristano.

 

Marmilla Rosso IGT Bovale 2015 - Cantine Su’entu

Grande espressione di bovale grande 95% e 5% merlot; barriques e tonneaux di primo e secondo passaggio per 12 mesi, seguiti da 2 mesi di affinamento in bottiglia. Naso di frutti rossi, lampone, ribes, marmellata: frutto rosso che, con l’aumentare della temperatura, tende a evolvere in frutto nero. Rilascia balsamicità: humus, tabacco, resinatura dolce, una scia finale di grafite. Al palato è in perfetto equilibrio: precisione tannica e morbidezza grazie a una lieve surmaturazione delle uve che corregge le durezze e rende la beva estremamente piacevole. Tannino perfettamente integrato, morbido, suadente. Per chiudere, guancia di vitello brasata al bovale.

 

Il viaggio termina qui, e non c’è parola o emozione dei vini degustati che possa essere dimenticata: la ricchezza del patrimonio enologico sardo è realmente immensa. Il desiderio è di partire alla volta non solo di spiagge incantate, ma di calici e cantine sorprendenti: il consiglio di Massimo, di andare alla scoperta di una Sardegna fatta di 12 mesi, è sicuramente da amico.