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Si fa presto a dire nebbiolo


Si fa presto a dire nebbiolo

Nebieul, spanna, chiavennasca, picotener e prunent sono solo alcuni dei sinonimi con cui il nebbiolo è chiamato nei diversi territori in cui trova dimora, quelli che sono sopravvissuti al passare del tempo e le cui radici etimologiche si perdono in usi dialettali vecchi di secoli.

Un motivo in più, se ce ne fosse bisogno, per sottolineare che no, non si fa affatto presto a dire nebbiolo.

 

Vitigno nobile per eccellenza, il nebbiolo ha una innata e probabilmente unica capacità di esprimere il territorio dove affonda le proprie radici. A differenza di altri e ben più diffusi vitigni, il nebbiolo non domina il terroir in cui si trova, bensì lo asseconda, sa valorizzarlo, sa farsi interprete delle peculiarità che ogni ambiente pedoclimatico porta con sé. Un vitigno dall’anima in chiaroscuro, che sa esserci ma senza apparire, che sostanzia la propria presenza senza apparentemente lasciar traccia di sé, che si riduce a medium per essere primattore. E che, proprio per questo, è difficile e riottoso, esigendo terreni e ambienti vocati, dai quali estrarre ed esaltare ogni barbaglio vitale.

 

Quanto alla sua diffusione, il mondo vitivinicolo odierno pare essere ancora quello dei nostri bisnonni. Le caratteristiche del nebbiolo, la sua austerità, hanno fatto sì che oggi come allora, il vitigno sia diffuso principalmente in Piemonte e in Valtellina, con presenze in Valle d’Aosta e sparute appendici in altre zone d’Italia (tra cui si segnala il nord della Sardegna e in particolare la IGT Colli del Limbara).

 

Gabriele Merlo e Sara Missaglia ci hanno raccontato del nobile vitigno e dei territori di Piemonte e Valtellina, con il loro essere, con una personalità che li ha resi terroir diversi, vitati con il medesimo vitigno. All’estroversa e vulcanica Sara ha fatto da contraltare Gabriele, dalla dialettica posata e dai modi più sottili, l’una espressione della Valtellina di oggi, che fa fronte comune e compatto per diffondere e far conoscere sempre più in Italia e all’estero il “nebbiolo delle Alpi”; l’altro cartina di tornasole della natura intimamente aristocratica dei vini piemontesi, senza eccezione alcuna.

 

Alternandosi nell’eloquio, Gabriele e Sara hanno illustrato ai partecipanti le caratteristiche ampelografiche del nebbiolo, le radici storiche e le tesi più accreditate che stanno dietro i principali sinonimi con i quali lo stesso è conosciuto.


Il relatore

Apprendiamo così che ne esistono differenti cultivar, la più diffusa delle quali è probabilmente il “nebbiolo lampia”, e che si tratta di un vitigno il cui frutto mostra, a maturità, un grappolo di taglia medio-grande, di forma alato/piramidale, allungato e piuttosto compatto e un acino dalla buccia sottile e pruinosa. Pianta a maturazione lenta, predilige zone con elevate somme termiche e buona luminosità. Ha un ciclo vegetativo lungo, con la duplice conseguenza di essere molto esposta alle condizioni ambientali, ma anche di poter esprimere una personalità complessa e unica. Matura nella seconda metà di ottobre e talvolta la vendemmia si protrae fino alle prime giornate di novembre.

 

Quanto alle origini dei diversi appellativi con il quale viene chiamato il nebbiolo, proprio riguardo il suo “nome ufficiale”, Sara e Gabriele ci spiegano che lo stesso ha richiami etimologici alla "nebbia", sia per l'abbondante pruina che “annebbia” i suoi acini sia per le frequenti vendemmie al tempo delle nebbie autunnali. Del sinonimo spanna, con il quale il nebbiolo è conosciuto nel Piemonte settentrionale, la prima testimonianza risale a Plinio il Vecchio che, nella sua Naturalis Historia, parlava dell’uva «spinea o spionia […] che sopporta il calore e matura alle piogge d’autunno […] che si nutre di nebbia». Spionia potrebbe inoltre derivare da spinus, il pruno selvatico, alla quale l’uva era maritata nell’antichità e i cui frutti vengono ricoperti dalla pruina. Sempre il pruno e la pruina, poi, potrebbero essere all’origine del termine prunent, nome con cui viene chiamato il nebbiolo coltivato in Val d’Ossola. Quanto alla Valtellina, infine, pare ormai assodata la tesi per cui chiavennasca deriverebbe da “ciù vinasca”, traducibile in “più vinosa”, riferito alla vigoria della pianta in quel particolare ambiente pedoclimatico.

 

Una storia plurisecolare, declinata in diverse accezioni proprie, ognuna di un diverso contesto naturale e sociale, hanno fatto sì che il nebbiolo si radicasse in aree legate tra loro da una matrice comune che ha fatto da substrato, sul quale poi si sono innestate le prerogative proprie di ciascun luogo. Barolo e Barbaresco, Roero e Langa, Canavese e Valli Ossolane, vercellese e biellese e in generale il versante orografico destro della Sesia contrapposte al versante sinistro e al novarese, e poi, da ultimo ma non per questo ultima, la Valtellina e i suoi cinque cru che, seguendo il corso est-ovest dell’Adda, identifichiamo in Valgella, Inferno, Grumello, Sassella e Maroggia.

 

Al termine di una esposizione densa, appassionata e appassionante, Sara e Gabriele introducono la degustazione di sette vini che – proprio in continuità con quanto detto – esprimono caratteri propri di terroir diversi all’interno di una cornice comune, il nebbiolo appunto.

 

Valtellina Superiore DOCG Grumello 2013 – Giorgio Gianatti

Il profilo olfattivo si delinea in chiave autunnale, funghi secchi e sottobosco e, a far da sfondo, il ciclamino e la viola in infusione. L’assaggio mostra verticalità e tensione accompagnate da un tannino elegante e di personalità.

 

Barbaresco DOCG Rizzi 2016 – Rizzi

Fiori e frutta a profusione al naso, accenni di croccante, nocciola e caramello. L’ingresso in bocca è in coerenza, disteso e morbido senza però essere opulento, conserva una acidità che ne sorregge la beva rivitalizzandola costantemente.


I vini

Gattinara DOCG Pietro 2015 – Paride Iaretti

La nota territoriale, il richiamo ferruginoso, è evidente e particolarmente intrigante. Poi, è tutto un ricamo di erbe aromatiche, sottili accenni agrumati, frutta rossa e lievi richiami tostati. L’assaggio è fresco, cadenzato, saporito e richiama – anzi esige – un abbinamento gastronomico.

 

Roero DOCG Riserva Braja 2015 - Deltetto

Le sabbie di cui è composto il terreno marcano maggiormente il colore rispetto ai vini precedenti. Il naso è sottile, si articola su lievi cenni di cipresso e cenere, viola appassita e tè. In bocca l’evidente tannicità e la freschezza dosata delineano un aspetto particolarmente austero ravvivato da una sapidità diffusa durante tutto l’assaggio.

 

Valtellina Superiore DOCG Sassella Stella Retica 2015 – ARPEPE

Vivace. Guardandolo, portandolo al naso, bevendolo. Una vitalità che sa di viola e agrume, di spezie ed erbe aromatiche, di piccoli frutti rossi e di accenni vegetali. L’assaggio è agile, fresco, con una gustosa sapidità. Ha corpo e tanta personalità.

 

Barolo DOCG Cannubi 2015 – Comm. G.B. Burlotto

Mora, ciliegia, viola, liquirizia e terra smossa delineano un quadro olfattivo di grande complessità e tutto in divenire. Dopo qualche momento nel calice emergono note di uvetta, cannella e agrume, a prefigurare un bouquet capace di evolversi e svelarsi. L’assaggio eleva il nebbiolo alla nobiltà che gli è propria: è elegante e teso, con una pseudo-caloricità a fare da contraltare a un tannino già di velluto eppure ancora bambino.

 

Sforzato di Valtellina DOCG Corte di Cama 2015 – Mamete Prevostini

Il corpo è evidentemente “altro” rispetto ai vini precedenti. Un tonnellaggio maggiore, che si traduce in profumi più profondi di frutta in confettura e agrume candito, di spezie e accenni gessosi, di sandalo e bergamotto. Al pari del naso, anche l’assaggio è potente, si impone la struttura del vino, il suo potere alcolico, la morbidezza e il tannino, ben soppesati però da una freschezza che slancia e ravviva.