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Michele Satta: la sua filosofia, la sua terra, i suoi vini

L'avventura enologica di un produttore, Michele Satta, che ha inciso profondamente nella vita del territorio di Bolgheri

Cantine SattaIncontriamo Michele Satta il 10 febbraio 2010, durante una serata programmata fin dall’estate precedente, quando la delegazione di Milano, con un viaggio-studio a Bolgheri, visitò l’azienda omonima e invitò Michele Satta a presentare i suoi prodotti ad un pubblico più vasto. Suscita subito grande simpatia questo lombardo (è originario di Varese) trapiantato ormai da 35 anni in Toscana.

Parla a braccio, senza un canovaccio prestabilito, prendendoci per mano e accompagnandoci a conoscere Bolgheri dal di dentro, come ha avuto modo di conoscerla lui, attraverso la storia del luogo, dell’uomo e di alcuni dei vini che nascono da questo meraviglioso territorio.

Il viale dei Cipressi a BolgheriLa DOC Bolgheri è relativamente giovane e, strano a dirsi, istituita in origine solo per il bianco e il rosato. Il clima è mediterraneo e l’effetto dominante è l’aridità estiva. Sulla collina non c’è quasi vigneto, che si colloca immediatamente ai suoi piedi. Una piovosità tutta invernale e torrentizia, una quantità illimitata di luce e sole e un elevato gradiente di temperatura fra giorno e notte sono gli ingredienti indispensabili per ottenere gli eleganti vini di questa zona. Il territorio è limitatissimo, tutto all’interno del solo comune di Castagneto Carducci. Bolgheri è, infatti, una frazione del comune che ha dato il nome alla DOC. Il caratteristico borgo si sviluppa attorno al castello medievale raggiungibile attraverso il suggestivo Viale dei Cipressi.
Fino agli anni ’70 del secolo scorso la Maremma era nota soprattutto come luogo di vacanza, per il mare e le corse dei cavalli. L’agricoltura era quasi tutta indirizzata alla produzione di frutticoltura di pregio; il vino, l’ultima delle colture: dopo la frutta estiva e la mietitura del grano si raccoglieva l’uva, per fare il vino che veniva “mangiato” l’anno dopo. Motto dei fattori di quel tempo è “una cassetta a pianta”, così come ci racconta Michele ricordando le sue prime esperienze: desiderio di tutti i contadini è posare una cassetta sotto una pianta di vite e riempirla con 15-20 kg di uva. Una filosofia molto diversa da quella attuale.

Fresco di maturità classica, appena iscritto all’università a Milano, Michele arriva casualmente a Castagneto Carducci e si appassiona all’agricoltura, rimanendo impressionato dall’intelligenza della campagna, dove “non c’è mai la possibilità di fare un gesto che non sia dipendente da qualcosa di più grande, da qualcosa che ti si impone… Non decidi tu se piove, non decidi tu se fa bello, non decidi tu se la sequenza delle giornate porterà alla maturazione. Non decidi niente e poi nello stesso tempo devi decidere tutto, perché, se non fai certe operazioni, … non assecondi lo svolgimento della natura e non arrivi al Michele Sattaraccolto”. È il 1974. In questa campagna non c’è cultura del vino, se non come alimento. L’unica realtà, insieme a un rosato Antinori, è data dal Sassicaia, vino da tavola sconosciuto ai molti. Michele comincia la sua avventura con la gestione di un’azienda che avrebbe dovuto guadagnare con le pesche e le fragole. Un’esperienza che gli fa assaporare il privilegio della manualità, della fatica, del rispetto del ritmo della natura.

Ad un certo punto la campagna va in crisi, per l’economia fallimentare della frutta: le produzioni anticipate della Maremma non sono più remunerative per la concorrenza del Mezzogiorno d’Italia che inizia a imporsi sul mercato. Michele si ritrova senza lavoro, ma è talmente attaccato alla terra che decide di rimboccarsi le maniche prendendo in affitto il vigneto e la cantina dell’azienda dove era stato fattore-direttore. È il pezzo di terreno che vale meno nella zona, ma l’unico possibile per le sue magre tasche. Michele comincia a fare vino per venderlo sfuso così come, allora, facevano tutti e durante il fine settimana lo consegna anche a domicilio. Finalmente è soddisfatto e dimentica quando era costretto a vendere le pesche al mercato in poche ore. Ora il suo raccolto può essere commercializzarlo almeno un anno dopo. Scopre che esistono vini che durano anche 10, 15, 20 anni; il vino tiene il tempo e non solo: “ha anche la possibilità di racchiudere in se stesso un posto unico”. Spazio e tempo chiusi in una bottiglia, sempre diversa, patrimonio di frutta irripetibile, per vitigno, luogo e annata, attraverso la mano di un uomo capace di unirsi alla natura.

Siamo nel 1984, proprio all’inizio del fenomeno Bolgheri, così come lo conosciamo oggi, che ha come fattore scatenante la realizzazione della cantina dell’Ornellaia di Ludovico Antinori. Accanto a Sassicaia e Ornellaia ci sono tre piccoli vigneron: Michele Satta è fra questi. Con la spinta fortissima del successo internazionale di questi vini che inseguono il mito Bordeaux, cioè un modello francese che propone un assemblaggio di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot, Bolgheri arriva in vetta alle classifiche mondiali. Ha inizio il periodo d’oro, in cui qualsiasi vino provenga da questa terra viene subito venduto. Anche Michele guadagna abbastanza, così da potersi finalmente comprare un terreno tutto suo.
Oggi questa zona ospita 40 produttori, fra i quali tanti nomi importanti che nel giro di pochi anni l’hanno riempita di vigneti e cantine, rendendola estremamente attraente dal punto di vista paesaggistico. E tutti (o quasi) hanno inseguito il mito francese tant’è che il Sangiovese, alla base dei vigneti delle piccole aziende, medie e medio-grandi di Castagneto Carducci, è oramai minoritario. Michele Satta, invece, battendosi contro la tendenza moderna di ottenere vini tecnicamente perfetti, ma privi di carattere e di capacità di esprimere un luogo, ama il Sangiovese, il vitigno della tradizione, uno dei due vitigni in grado di emozionarlo, profondamente (l’altro, come vedremo, è il Syrah).

VignetiCosì, nel 1991, quando impianta il suo primo vigneto, decide di puntare non solo su Cabernet e Merlot ma anche sul Sangiovese, vitigno difficile, assolutamente “umorale” e che non dà punti di riferimento. Ogni annata è diversa dall’altra. Ha pigne zeppissime e se piove durante il periodo della maturazione, esplode, si spacca, si ammala. Allo stesso tempo è quasi senza polifenoli, cioè ha un estratto secco basso: è un vino “liquido”. Tutto il carattere del Sangiovese ha un equilibrio instabile, è difficile da proporre, ma allo stesso tempo è il vino che dà più soddisfazione, perché, alla fine, è quello che ha il timbro più personale. E oggi si assiste a un ritorno di interesse per questo vitigno, anche in mercati difficili. Il Sangiovese 100% di Michele Satta, l’unico nella zona a produrlo in purezza, è commercializzato con il nome di fantasia Cavaliere. Dal vigneto originario, piantato per metà con i vitigni internazionali e per l’altra con Sangiovese e Syrah nasce invece Piastraia (Cabernet, Merlot, Syrah e Sangiovese nelle stesse proporzioni) che, dopo l'assemblaggio fra le diverse varietà, vinificate separatamente, rimane per 12 mesi in barrique.

Per fare esperienza Michele si riserva 1000 piante per un campo-scuola coltivando Tempranillo e Grenache per sperimentare vitigni meridionali; Petit Verdot, la varietà più citata dai consulenti; diversi cloni di Syrah e infine Teroldego. La scelta di piantare Teroldego deriva dalla sua amicizia con il direttore del vivaio di San Michele all’Adige. Quest’ultimo apprende che il Teroldego dà risultati molto interessanti nella zona di Pisa e così convince Michele a piantarlo. Attraverso microvinificazioni in barrique aperta e l’uso di piccoli fusti di acciaio per l’affinamento, Michele ottiene un prodotto ricco di colore, profondissimo e con un tannino morbido. Nel 1997 acquista il vigneto “Castagni” che si trova in un avvallamento tra due colline il cui terreno è formato dai detriti che il torrente trascina da migliaia di anni verso il mare, durante le piogge. È proprio ne I Castagni che, oltre al 70% di Cabernet e il 20% di Syrah, si trova un 10% di Teroldego. La vinificazione prevede una lunga macerazione in legno e l'affinamento in barrique per 18 mesi (qualche annata anche 24). Imbottigliato senza filtrazione, sosta in cantina per almeno altri 18 mesi.

Per conoscere più da vicino il Syrah, Michele va in Francia, nel periodo in cui ricerca un’identità con il vino. Nel Rodano incontra un anziano vignaiolo che produce un ottimo Syrah da piante con più di 80 anni e gli confida che questo vitigno non si può veramente esprimere prima che abbia 10-15 anni. Fedele a questa testimonianza, pur avendolo in vigna fin dal 1991, primo vignaiolo a piantarlo a Bolgheri, aspetta a proporre il suo Syrah monovitigno fino al 2005. Michele Satta crede molto in questo prodotto e lo tiene un po’ come un tesoro, come l’uva del futuro, capace di dare complessità e carattere. Mai dato a un giornalista in assaggio, questo Syrah è una vera rarità, che crea un rapporto diretto fra produttore e i fortunati clienti (pochi e per di più stranieri).

Lavori in vignaArriviamo infine all’unico bianco del racconto. È il Viognier, che Michele conosce in Francia, e lo preferisce al Vermentino che già produce, piantandone inizialmente solo 1000 ceppi. Durante la prima vendemmia del 2000 lo prova, così come aveva visto fare in Francia, sentendo la maturazione dell’uva con lo strumento bocca prima delle asettiche valutazioni di laboratorio. Recuperando delle vecchie barriques riasciate, lo vinifica in purezza, in barrique con batonnage. Il risultato lo lascia però perplesso, insieme al suo enologo, perché in Italia, sempre all’inseguimento dei bianchi famosi del Nord Europa, l’unico criterio chiaro è “tenere il malico, tenere l’acidità e la freschezza”. Ma questo è un vino tutto diverso. Michele allora lo manda in assaggio a Gino Veronelli che immediatamente pubblica un articolo sul Corriere della Sera, senza dir nulla a Michele, scrivendo che il Viognier di Michele Satta sarà un grandissimo vino e si chiamerà Re Bianco. Un po’ imbarazzato, in un primo momento Michele neppure ringrazia Veronelli, e di questo si scuserà in una lettera, aggiungendo che il nome è già usato da un amico, produttore del Re Nero. A Veronelli non resta che inviare a Michele gli anagrammi della parola Viognier, ricevuti da un cliente di Milano, fra i quali c’è anche Giovin Re, il nome scelto per quel vino che, dal 2005 ad oggi, è un susseguirsi di conferme. “È, fra tutti questi vini, il figlio sorpresona, il figlio che ti chiedi a lungo: ma da dove viene?” Il Viognier, dopo una breve macerazione a contatto con le bucce, fermenta in barriques riasciate di terzo/quarto passaggio e sosta normalmente fino a maggio prima di essere imbottigliato senza alcuna chiarifica e filtratura. Non è un vino longevo, poiché non appoggia su una spalla acida: il suo massimo splendore è intorno ai 2 anni dalla messa in vendita, anche se, assicura Michele, assaggiato dopo 4 anni si scopre un terziario ricchissimo.

Oggi Michele è proprietario di 30 ettari di vigna di cui 25 piantata da lui, prima generazione di uve tutte diverse fra loro, ma in grado di esprimere il carattere del Mediterraneo e del suo produttore. Michele Satta è orgoglioso della sua terra e soddisfatto che a Bolgheri ci siano tanti produttori in grado di garantire una storia ai vini di questo territorio, perché: “Se c’è una cosa che ho chiara è che nel tempo tutta la relazione uomo-vigna si completa”.

P.S. È forse Corrado Lapi, ex-delegato di AIS Milano, colui che creò l’anagramma Giovin Re e lo inviò a Veronelli? Fiorenzo Detti ce lo ha confidato alla fine della serata...

10 febbraio 2010