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Il Cammino di Borgogna in 18 tappe


Borgogna

Diario pellegrino di un master

Un gruppo di veri appassionati si è dedicato per 18 lezioni, con ammirevole costanza, a passeggiare idealmente per la Borgogna, sotto la guida di un ormai "quasi autoctono" (a parte l'accento romano). Nessuno si è lamentato della lunga passeggiata. Anzi. “Senza fretta e senza tempo” era la promessa nel titolo del Master che Armando Castagno ha tenuto per AIS Milano.

 


Abbiamo dunque imparato, senza fretta e senza tempo, ad avvicinarci alla Borgogna, regione paradossalmente complicatissima e semplice.
Complicatissima in tutte le sue dimensioni: geografica, temporale, sociale, perché sotto la sua  superficie si esprimono infiniti strati e livelli di eleganze e varietà, che rispecchiano il suo terroir; semplice perché ha un’identità fortissima e riconoscibile, e anche perché è così facile sentircisi a casa, lasciarsi trasportare e imparare, che qualche volta della fretta si può tranquillamente fare a meno. E se anche è troppo complicata per capirla tutta, ne abbiamo assaggiato ciò che potevamo, pazientando per finire di conoscerla fino al prossimo incontro o viaggio.


Durante il percorso abbiamo avvicinato le principali zone una ad una, con il passo e lo spirito del pellegrino;  bottiglie vertArmando ci ha descritto l'essenza di ciascun luogo e poi li abbiamo percorsi quasi vigna per vigna, o almeno le vigne più importanti, sia pure attraverso foto talora uggiose e mappe riprese dall'alto. Un viaggio che abbiamo percepito come fisico.
In questo modo abbiamo parlato di personaggi storici per la Borgogna, come Henri Jayer, leggendario  vigneron, Sam d’Angerville, grande gentiluomo, e molti altri; e abbiamo anche parlato di uomini che costruiscono il mito della Borgogna di oggi, produttori di ogni esperienza ed età, alcuni di lunga tradizione familiare, altri di prima generazione, alcuni con alle spalle decenni di vendemmie, altri di recente formazione ma che fanno presagire grandi cose per il futuro.


Abbiamo parlato di geologia, imparando a riconoscere l’alternarsi di anticlinale e sinclinale che determina lo strato di suolo più superficiale, e quindi la vocazione del terroir per uno piuttosto che per l’altro dei due principali vitigni borgognoni. E poi di combe che, con effetti capricciosi, modificano le condizioni climatiche delle micro-aree più vicine; ne risulta quindi un mosaico di climat, oltre 1200, per cui è stata chiesta la ammissione della territorio borgognone tra i beni costituenti il Patrimonio Mondiale dell’Unesco.
Ci siamo soffermati sulla complessa articolazione delle AOC, al cui vertice figurano vigneti talmente importanti (i Grand Cru), da meritare una denominazione propria e campeggiare in beata solitudine sull’etichetta, perché la loro identità prescinde dal nome del paese dove sono ubicati. Anzi, sono i paesi che si inchinano ai Grand Cru, associando al proprio nome originario quello del Grand Cru più rinomato che ivi si trova; ad esempio, il paese di Chambolle nel 1882 è divenuto Chambolle Musigny.


Ancora, abbiamo parlato di toponomastica e dei nomi dati a paesi e vigneti, imparando etimologie sorprendenti: ad esempio il mitico Chambertin, che evoca nobiltà e tradizione storica, in realtà altro non era che il “campo di Bert”, contadino di un tempo remoto di cui rimane solo questa memoria.
E in ogni serata, per far parlare i fatti e perché era il modo più bello di finire la tappa, siamo passati alla degustazione dei vini. Tanti e diversi: aperti e ritrosi, esuberanti ed austeri, lineari e tortuosi, umili ed alteri, generosi e restii a concedersi, aerei e compressi al limite della solidità, figli di produttori di lunga tradizione, spesso celebri e blasonatissimi, e di produttori emergenti, talvolta sconosciuti e che ci hanno dato il piacere della loro scoperta.


Alla fine del percorso non eravamo stanchi; fermarci è stato un dispiacere!