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Introversa, magnetica, seduttiva Borgogna


 Introversa, magnetica, seduttiva Borgogna Una magia. Ecco quello che accade quando Armando Castagno parla della Borgogna; un incantesimo che si è ripetuto puntuale durante l’eccezionale degustazione per la rassegna Enozioni 2018.

Perché Castagno non si limita a parlare, pur benissimo, dei vini; quei 150 chilometri nel cuore della Francia te li fa vedere, ti fa guidare con lui sulle autostrade, uscire dai caselli, fermarti per una visita a un’abbazia o a un ristorante, ti fa tastare con le mani il suolo marnoso, le conchiglie sbriciolate, ti fa annusare l’aria gelida del nord. E così è accaduto anche questa volta.

 

Contravvenendo alla tradizione borgognona, che vuole i bianchi stappati dopo i rossi, iniziamo il nostro viaggio con lo Chablis 1er Cru La Fourchaume Jean-Claude Bessin 2011. Uno chardonnay che arriva dal freddo e dal mare, che qui si è ritirato, in direzione di Parigi, un po’ più tardi e ha regalato al terreno fossili marini in quantità. Un mare che è il leitmotif di questo Chablis che ha un naso magnifico di salsedine, acqua d’ostriche, agrumi, lime, erba limoncina, sensazioni che tornano amplificate, come onde d’eco, all’assaggio. L’idea, quasi una sinestesia, è quella del salmastro che resta in bocca dopo un tuffo in mare e richiama l’abbinamento con crudi di mare, ostriche, piatti iodati.


Il relatore

Ancora storditi dalla fucilata del primo assaggio, scendiamo virtualmente verso Digione per raggiungere la zona del Fixin, patria di vini probabilmente ancora sottovalutati, stretti come sono tra quelli del Marsannay, con un ottimo rapporto qualità-prezzo, e quelli della zona più vocata, il Gevrey-Chambertin. Conosciamo così il Fixin 1er Cru Les Arvelets Domaine Denis Berthaut 2013. Un prodotto austero, che concede poco al naso ma regala una dolcezza del frutto sano, fresco, integrale. Un vino diretto, fossimo una compagnia aerea diremmo no-frills, con pochi arabeschi aromatici. Sorprendono la freschezza e il tannino (parliamo pur sempre di un pinot nero…) e la sua grande succosità, che lo rendono adatto ad accompagnare anche piatti elaborati, dalle lunghe cotture.

 

Procediamo a sud sempre a fianco di Armando (guida lui, avevate dubbi?) per incontrare Morey-Saint-Denis, piccolo comune emblematico della Borgogna, con le sue vigne storiche di origine monastica e i suoi clos leggendari. Questo Morey Saint Denis 1er Cru Les Faconnières Lignier Michelot 2009 non arriva da una delle vigne più prestigiose, ma tanto per chiarire il livello di qualità al quale si è arrivati nella zona, è comunque un prodotto fuoriclasse. Ci regala un naso eccezionale, balsamico, fresco, elegante, ricco di spezie. I suoi dieci anni circa li rivela al gusto solo nelle leggere note rugginose, quasi ematiche, mentre il colore - fermo e brillante - non tradisce certo l’età. In bocca, la nota floreale sfuma ancora nello speziato. Chiude con una mineralità che lo fa sembrare – è di Armando Castagno, ovviamente, l’immaginifica definizione – succo di roccia. Un vino di grande eleganza, pronto da bere, ma che può attendere ancora anni in bottiglia senza presumibilmente spostarsi di un millimetro.

 

Già conquistati e sognanti, restiamo a Morey-Saint-Denis con un premier cru di un’annata più recente, quella, eccellente in Borgogna, del 2014: il Morey Saint Denis 1er Cru Cuvée du Pape Jean-Paul II Christophe Bryczek 2014. Di originale non ha solo il nome di fantasia, che arriva dalla devozione del produttore polacco per Papa Wojtyla, ma anche il metodo di affinamento, con un doppio passaggio in legno. Dopo la fermentazione in acciaio, arriva la malolattica in barriques totalmente nuove, per 7 mesi, e ancora 6-7 mesi di affinamento in pièces questa volta usate. Al naso ha una bella complessità, con uno sbuffo aromatico e una sfumatura quasi d’incenso. Un vino notevole all’assaggio, di bella grana e grande finezza, con un tocco mediterraneo, “olivoso”, ma già evoluto verso i profumi secondari, nonostante la giovane età.


I vini

Risaliamo sulla nostra auto con il nostro Virgilio al volante, scendiamo ancora verso sud attraversando tutta la Côte de Nuits e la Côte de Beaune e, dopo una quarantina di chilometri circa, arriviamo alla Côte Chalonnaise. Subito sotto la zona di Bouzeron, che produce bianchi da Aligoté in purezza, arriviamo a Rully, patria di ottimi bianchi, perfetti per i Crémant de Bourgogne, ma di rossi difficili, noti per la sfumatura quasi animale, di pelliccia, dovuta alla sovramaturazione del pinot nero. Questo Rully 1er Cru Molesme Château de Rully 2013 non fa eccezione: al naso appare un po’ chiuso, la nota di pelliccia è chiara e netta. Decisamente meglio in bocca, dove a redimere e bilanciare l’eccessiva chiusura dell’olfatto arriva una bella freschezza. Un vino di valenza soprattutto didattica, poiché stacca decisamente dai precedenti.

 

Il sesto e ultimo vino, la chiusura del cerchio, arriva sempre dalla Côte Chalonnaise, città di Mercurey, patria di rossi strutturati e di grande eleganza, fruttati, fini. Château de Chamirey Clos du Roi 2011 offre l’occasione per una digressione storica: in Borgogna, tutti i vini nella cui denominazione s’intuisce un’antica destinazione per la corte (tipicamente: Clos du Roi) sono morbidi, opulenti, fruttati, solari e profumatissimi. Quelli, al contrario, destinati a enti religiosi e ordini monastici, con chiara indicazione nel nome (Clos l’Évêque et similia) erano e sono tuttora più austeri, più minerali, rigidi, meno fragranti al naso. L’ultimo vino in degustazione, di antica destinazione cortigiana, non si smentisce. Nonostante un’annata non eccezionale, resta voluttuoso e ricco al naso, con sentori pieni di ciliegia e bacche rosse. Sensazioni confermate all’assaggio, che resta morbido e avvolgente, con un frutto maturo, quasi spinto, nonostante una bella mineralità e un tannino impetuoso.

 

Scendiamo dall’auto, il viaggio magico è finito. Resta la sensazione di avere solo scalfito un mondo immenso – ma che bella scalfittura!.