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Valle d’Aosta: fascino ad alta quota

Valle D’Aosta: fascino ad alta quotaLa giornata dedicata al 53° compleanno dell’Associazione Italiana Sommelier si conclude per il quarto anno consecutivo con un seminario dedicato a una regione italiana.

Quest’anno tocca alla Valle d’Aosta, raccontata da una delle sue voci più autorevoli, Alberto Levi.

 

La Valle d’Aosta è una regione di viticoltura eroica. Con questo termine, ampiamente utilizzato soprattutto negli ultimi anni, si intende una pratica di coltivazione della vite caratterizzata principalmente dal fattore altitudine, con rese basse, presenza di gradoni e/o scalinate a causa delle elevate pendenze del terreno, escursioni termiche rilevanti.

 

La sensibilità del pubblico nei confronti dei vini valdostani ha registrato una sensibile crescita negli ultimi anni. Se negli anni ’90 il consumatore era perlopiù attratto da vini rotondi, morbidi, muscolari e fortemente marcati dal passaggio in legno, oggi l’indice di gradimento si è spostato verso vini con maggiore tensione e più spiccata tipicità territoriale. Attualmente in Valle d’Aosta si dispone di circa un decimo di ettari vitati rispetto ai momenti di massimo splendore, attorno al XIX secolo. In quel periodo erano molto apprezzati i cosiddetti “vini di lusso”, che si ottenevano attraverso vinificazione dopo appassimento ed erano destinati perlopiù ai mercati francese e svizzero. La successiva diffusione della fillossera, nonché altri fattori socio-culturali quali il progressivo abbandono delle campagne e la costruzione della ferrovia, determinarono una drastica contrazione della superficie complessiva coltivata a vitis vinifera. Pietre miliari nella ripresa della vitivinicoltura valdostana moderna sono state la fondazione dell’ Istitut Agricole Régional nel 1951 e l’istituzione della D.O.C nel 1985.


Il relatore

Andiamo ora alla degustazione dei vini scelti da Alberto, proposti alla cieca al pubblico in sala.

 

Sopraquota 900 2016, Azienda Agricola Rosset Terroir, 100% petit arvine: vigneto a 900 metri di altitudine. Pressatura soffice, fermentazione e affinamento in acciaio. Profumi tiolici, carattere aromatico penetrante. Marcatori di ananas e pompelmo, spinta agrumata, iodio. All’esame gusto-olfattivo il vino risulta sottile ma al tempo stesso in grado di riempire la bocca e di far salivare.

 

Chambave Muscat Valle d’Aosta DOC 2016, La Vrille, 100% muscat petit grain: da una piccola oasi xerotermica dal clima più mediterraneo che alpino. Molto profumato, minerale. Canditi da panettone, erbe aromatiche, salvia. Naso complesso, profondo. In bocca teso e verticale.

 

Tacsum 2016, Azienda Agricola VinTage, 100% muscat de Chambave: solo 350 bottiglie prodotte. Colore ambrato tipico di un vino da uva a bacca bianca che fa macerazione e poi affinamento in legno. Interpretazione moderna di un vitigno storico della Valle d’Aosta. Emozionale, pulito, non presenta sentori di ossidazione nonostante la tecnica con cui viene realizzato. Profumi maturi, evoluti. Calore e avvolgenza a cui fanno da contrappunto salinità e una bella freschezza. Finale di frutta secca.


I vini

Mayolet Valle d’Aosta DOC 2017, Feudo di San Maurizio, 100% mayolet: rose, viola, polvere di roccia. Sensazioni in parte balsamiche ma soprattutto floreali. Profumi semplici armonizzati da un tannino molto leggero, quasi impalpabile. Discreta persistenza, non lunghissima ma sottile. Un prodotto apprezzabile per la semplicità della beva. Accenno di ciliegia, agrumi, un po’ di arancia sanguinella e un tocco di salinità.

 

Valle d’Aosta DOC Donnas Georgos 2015, Azienda Agricola Pianta Grossa, 100% nebbiolo: “Georgos”, dal greco “lavoratore della terra”, è il primo Donnas DOC di una cantina privata. Un po’ di legno, tannino, presente ma composto, molto giovane, figlio di un’annata difficile e di rese ridotte. Freschezza gustativa, complessità aromatica, espressione molto alpina del vitigno nebbiolo.

 

Heritage 2016, Lo Triolet, 60% syrah, 40% fumin: rosso cupo, così intenso che suggerisce un’idea di concentrazione. Realizzato con appassimento delle uve: profumi maturi, evoluti, con un tocco di speziatura. Questo rappresenta quella che era l’idea del vino di lusso di fine ‘800. Ricchezza aromatica e sferzata acida. Nonostante la struttura consistente l’astringenza non è eccessiva, con un tannino che proviene probabilmente dalla buccia più che dal legno. Tonico e fresco in bocca.

 

Pierrots, Feudo di San Maurizio, 70% petit rouge, 30% fumin: vino da uve stramature che al naso rivela note di salamoia e pasta di olive nere. Note scure, ferruginose, fiori appassiti, tabacco da pipa. In bocca pulizia totale, residuo zuccherino presente ma non invadente. Vendemmiato appena dopo l’invaiatura e lasciato in appassimento. Acidità importante, ben percepibile, ma che equilibra perfettamente le sensazioni di morbidezza.

 

E per concludere la serata, nell’ultimo calice non c’è un vino, bensì un Génépy: Artemisia Génépy Blanc, Distillerie St. Roch. Bianco trasparente, ottenuto con un processo che consiste nella sospensione delle piantine di artemisia su alcol per tre mesi, in vasca stagna. Tramite i vapori solo la parte aromatica passa alla soluzione alcolica, mantenendo il liquore cristallino, non colorato e privo di qualsiasi percezione ammandorlata amarognola.