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Champagne Charles Heidsieck, l’eccellenza non ha fretta


Champagne Charles Heidsieck, l’eccellenza non ha fretta

Com’è rinfrescante, nelle nostre vite caotiche e convulse, partecipare a una serata il cui mantra è la calma.

Il lusso di prendersi il giusto tempo per fare le cose al meglio, anzi, in modo eccellente.

 

La tradizione, il tempo, che per la Maison Heidsieck, fondata nel 1851, si traducono in maggiore permanenza sui lieviti e una cura maniacale, sono stati il filo conduttore di questa eccezionale degustazione condotta da Alberto Lupetti, e non potevamo avere guida migliore. Giornalista specializzato nelle bollicine francesi, è l'anima e il punto di riferimento della guida Grandi Champagne ed è stato nominato Chambellan dell'Ordre des Coteaux du Champagne.

 

Lupetti ci introduce nella meravigliosa terra dello champagne snocciolando cifre (parliamo di un giro d’affari di quasi 5 miliardi di euro…) e condividendo il miracolo di una terra che, per condizioni climatiche, «quasi non dovrebbe produrre vino», e invece crea eccellenze.

 

La serata prende il volo non appena si riempiono i bicchieri. Si inizia dal Rosé Réserve, 34% pinot noir di cui il 5%, prevalentemente dalla zona di Les Riceys, vinificato in rosso, 33% chardonnay e uguale percentuale di meunier. Macerato a freddo per poco più di due giorni e vinificato a bassa temperatura, per cercare il frutto, non il colore. Che infatti ha una delicatezza sorprendente e un naso fresco, bellissimo. All’assaggio, gli 11 grammi di zucchero per litro non s’indovinano affatto; dopo 36 mesi sui lieviti, nel bicchiere abbiamo uno champagne sicuramente gourmand, ma croccante, agrumato, che lascia la bocca pulita e quell’inconfondibile sensazione di volerne bere ancora. «Non banalizzatelo con l’aperitivo», suggerisce Alberto Lupetti: «Questo è un vino da scaglie di parmigiano, tartare di manzo, sushi».


Il relatore

Procediamo l’esplorazione della Maison che, pur venduta nel 2011 alla famiglia Descours, ha mantenuto in questi anni il suo stile distintivo, Typiquement Charles. Stile che troviamo intatto nel Brut Réserve, la cui formula fu rivoluzionata a metà degli anni ‘80 dall’enologo Daniel Thibault che aumentò la percentuale di vins de réserve tra il 40% e il 60%, usando fino a 10 annate diverse, e allungò la maturazione sui lieviti, fino a 60 mesi. Pinot nero 40%, stessa percentuale di chardonnay e 20% di meunier e siamo di nuovo negli (insospettabili, all’assaggio) 11 grammi per litro di zucchero per un vino ricco, fruttato, dolce ma di frutta e non certo di zuccheri. Al naso, insieme alla dolcezza abbiamo un sentore di tostato, di polvere di caffè, una complessità che stacca decisamente dalla media dei non millesimati, confermata al gusto. Intensità, fittezza della trama e pienezza ne fanno un vino di profondità e ricchezza notevoli.

 

Davanti a una sala già rapita, Alberto Lupetti procede il suo viaggio con il Brut Vintage 2006, un vino che non nasce necessariamente nelle grandi annate per tutti, ma nelle grandi annate secondo lo stile Charles. Il 2006, in generale, ha dato ottimi champagne, subito pronti, oggi a volte un po’ stanchi, rileva il nostro relatore. Non è il caso di questo (pinot noir 59%, chardonnay 41%, 10 anni sui lieviti, tiraggio 2007, dégorgement 2017), prodotto da una selezione di soli 10 cru. Naso maturo, opulento, generoso di frutto e di struttura; in bocca conserva una bella acidità che lascia il palato fresco. «Perfetto a tutto pasto, lo vedo con carni bianche, con un carré di suino al forno», suggerisce Lupetti.


I vini

La parte della serata dedicata ai millesimati prosegue con il Rosé Vintage 2005, 70% pinot nero di cui il 10% vinificato in rosso, 30% chardonnay, 11 anni sui lieviti per un rosé molto poco rosé, dichiara sorridendo Lupetti. Del rosato infatti ha quasi solo gli agrumi, poco frutto sia al naso sia in bocca, che all’assaggio è piacevolmente rinfrescata, ai limiti del balsamico. «Un vino che sarebbe una vera sfida, durante una degustazione alla cieca», conclude.

 

E la serata vola verso la sua parte più stupefacente, con un Blanc des Millénaires 2004 che, sintetizza Lupetti, è come una tesi di laurea sulla Côte des Blancs, dove la craie affiora a occhio nudo e svolge al meglio la sua funzione di regolatore idrico e termico, regalando freschezza allo chardonnay. Questo vino, di un’annata eccezionale per qualità e quantità, arriva a noi dopo aver riposato 12 anni sui lieviti e ci regala un naso ricco di frutta bianca, sentori floreali e minerali, con un tocco maturo che regala un’indubbia eleganza. Eccezionale al palato, dove l’agrume e la tipica mineralità gessosa sono mediati perfettamente dalle note fruttate.

 

Era il gran finale? No, per quello c’è qualcosa che si può tranquillamente definire commovente. Blanc des Millénaires 1990, tiraggio 1991 per 27 anni sui lieviti, poco più di 300 bottiglie esistenti, alcune delle quali fra di noi stasera. Un naso di caffè e tostato, una bocca straordinaria dove appare un agrume che al naso non s’avvertiva e, su tutto, una sapidità travolgente.

 

E noi, felici partecipanti, ci facciamo ben volentieri travolgere dal finale di questo bellissimo viaggio insieme a Charles Heidsieck e Alberto Lupetti.