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La Famiglia


g016_famigliaLa prima volta in cui  parlò all’Hotel Westin Palace di Milano della sua azienda e dei suoi vini, il professor Moio mi colpì quando, guardando in un punto indefinito della sala, lasciò da parte il suo essere razionale per usare solo il cuore e, volando nel suo passato, ci regalò un suo dolce ricordo

Raccontò quasi sottovoce che tutto era nato là in quella cantina con il nonno, tra tini e vecchie botti, un’eredità non scritta, non imposta, non cercata, un seme che sapeva però di poter germogliare in quel nipote predestinato a perpetuare la famiglia: “L’azienda deve essere attorno al vigneto quasi a respirare la famiglia”.

Che bella frase ci ha regalato professor Moio, il senso di una vita! La famiglia, una meravigliosa pianta che ad ogni stagione, seguendo un proprio ciclo, fiorisce di nuove vite e sembra quasi riprendersi nella terra, come concime vitale, il vecchio fiore ormai appassito.
Nella terra dove la famiglia affonda le radici, l’uomo trova così il suo passato, la sua origine, il vero nutrimento per le nuove vite, quel futuro che altrimenti non potrebbe esistere.


Ed ecco ancora Loris, proprietario in Franciacorta delle Marchesine - in una serata pirotecnica con lo straordinario comunicatore e sommelier Luca Gardini - a degustare i suoi vini e a parlare della Famiglia, di generazioni attaccate alla terra, alla vigna; a farci capire che, prima di essere produttori, queste famiglie sono terra, vite e poi vino.


E D’Attoma in un’altra indimenticabile serata dirà: “Cercavo un appezzamento di terra per impiantare il mio vigneto, ma in realtà è stata la terra a scegliere me!”


Si tratta di un legame che va oltre le umane percezioni e forse oltre la vita: l’attaccamento alla terra, alla famiglia e alla tradizione; ognuno di noi porta con sè questa eredità, in modo consapevole o inconscio.


E se vi fosse ancora qualche dubbio, ecco Alessandro Dettori.
Per me è stata un’emozione quando mi raccontò: “Ero piccolo; chiesi a mio nonno perché si travasava il vino da una damigiana all’altra e lui mi rispose perentorio: ”Se non l’hai ancora capito, esci di qui!”
Pensate a quanta saggezza in quell’uomo che aveva già capito dove sarebbe germogliato il seme della tradizione. Se gli avesse dato la risposta, quel bimbo di allora non sarebbe il produttore di oggi.
Alessandro Dettori, nonostante la sua giovane età, ha fortemente voluto la sua terra con le vigne di oltre cento anni dalle quali ancor oggi, con suo vanto e nostra gioia, vinifica come suo nonno gli aveva insegnato!


Famiglia, tradizione, vino e cibo sono uniti indissolubilmente dalla terra da cui nascono. E’ per questo che ogni grande vino porta con sè, come in un’opera d’arte, le emozioni dell’artista che lo crea; ogni bottiglia ha alle spalle una storia da raccontare fatta di tradizione e cultura, legate alla terra ed alla vicenda di ogni uomo che la produce.


Ed ecco un’altra ricetta dove il vino diventa protagonista in cucina:
LO STRACOTTO


Per 6 persone:g016_stracotto
1 chilo di polpa di manzo possibilmente non magrissima
(in alternativa costine e spezzato di cavallo).
Aromi: sedano, carota, cipollotto, 2 foglie di alloro, salvia e rosmarino.
Spezie: 2 bacche di ginepro e 2 chiodi di garofano piantati nella cipolla.
Una manciata di farina.
50 grammi di burro se siete al nord, olio extravergine al sud
(non fa male comunque se fate un po’ e un po’).
Sale e pepe Q.B.

Dulcis in fundo, una bottiglia di ottimo vino; non lesinate in qualità pensando che tanto evapora, perché quello che scompare è l’alcol ma ciò che rimane addosso alla carne, dentro la vostra preparazione, sarà proprio l’essenza del vino, tutto il suo corpo, che si aggiungerà sotto forma di aroma al vostro stracotto.
Tutto deve iniziare la sera prima, una di quelle sere di tardo autunno nelle quali il vino e tutti gli aromi e le spezie accoglieranno a marinare al freddo di queste notti, il pezzo di carne


In una capiente pentola mettete a sciogliere il burro con un pizzico di farina; fate rosolare il pezzo di carne SENZA MAI BUCARLA; aggiungete la marinatura con tutte le verdure e le spezie; portate a bollore e aggiustate la fiamma a fuoco basso; coprite con il coperchio e fate andare per non meno di due ore.


Pensate che in altri tempi, quando il fuoco in cucina era la cucina economica (per capirci, quella stufa a legna con i cerchi metallici di diametro decrescente), lo stracotto era posizionato, dopo aver preso il “bollo”, nell’angolo più lontano dal centro, a sobbollire per ore, fuso con il profumo di legna e della polenta che, sempre sulla stessa stufa, cuoceva lenta sbuffando come lava in un piccolo cratere di rame.
Se vi capitasse, fate anche voi quello che facevo io: per sentire se la polenta fosse cotta, la nonna in una scodella me ne versava un po’, morbida e calda e sopra vi metteva un ricciolo di burro che otteneva sbattendo la panna affiorata nel latte dell’ultima mungitura: annusate bene il profumo di quel burro e gustate quanta delizia vi sia nella semplicità.

Per il vino in abbinamento non vi sono dubbi: deve essere lo stesso della marinatura. In questo modo  succulenza ed untuosità, speziatura e aromaticità, incontreranno alcol e tannini, la persistenza e l’intensità gustativa di un grande vino rosso. A voi la scelta; io di solito uso un Barolo.

Dedicato a tutti i Nonni, la cui memoria non si dovrebbe mai perdere.