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Vinitaly e Amicizia


g017_vinitalyIl Vinitaly per un sommelier è un’esperienza indimenticabile, un passaggio obbligato per avere un valore aggiunto di conoscenza di tutto quel mondo, fatto di contatti umani, che ruota attorno al vino

Da me però non aspettatevi percentuali di presenze o di vendite; vi parlerò invece di amicizia. Amicizia è ritrovarsi dopo un anno, con lo stesso gruppo di lavoro, e scoprire che il tempo non ha un’unità di misura convenzionale: ci si ritrova e tutto riparte dall’istante in cui l’avevi lasciato l’anno prima.

Veronica, Antonello, il “nuovo” Paolo, Silvia, Flavia, Milvia, Rita e Francesca, la mia “Rizzo”, e lo tsunami Alessandra; vedere le ragazze sempre sorridenti, contagiose nella loro felice e pulita gioventù, scoprire che da quest’anno son già laureate ma tornano ancora lì ad asciugar bicchieri, a portar vassoi, fa capire quanto l’umiltà sia una delle espressioni più alte e nobili dell’animo umano.


Lavorare dieci, dodici ore senza interruzioni, mangiando a turno un panino in piedi con un bicchiere di brachetto, cercando di essere professionali senza però mai perdere di vista questo bellissimo legame, fatto di amicizia e rispetto che va oltre le differenze di età, cultura o ceto sociale perché nell’amicizia, quella vera, le differenze non esistono.


La vera amicizia deve saper ascoltare per poi assolvere, magari consigliare senza mai giudicare, essere rifugio e gioire dei successi; nell’amico l’invidia e il rancore non troveranno mai posto.


L’amicizia può essere anche l’incontro di una sera, un sorriso, un abbraccio tra due persone che non si sono mai viste, ma che incredibilmente si scoprono simili e con la voglia di stare assieme.


L’occasione per conoscersi è sempre inaspettata; in una cena, come tante, al Vinitaly, una lunga tavolata di produttori, commercianti, degustatori, nasce la magia: un uomo si siede accanto a me, è un gigante dagli occhi grandi e sinceri, mi guarda e si presenta dicendomi: “Ciao mi chiamo Giacinto, sono polacco e vengo da Cracovia”; poi mi abbraccia e chiede il mio nome. Mi ha disarmato la sua spontaneità, un abbraccio che non mi sarei mai aspettato, un gesto che sa di genuina voglia di amicizia; gli rispondo subito, lui è un fiume in piena e mi dice che era disposto ad insegnarmi a bere la vodka! Poi Giacinto si ferma un istante, interpreto il suo stupore, gli parlo di tipologia di patate, di amidi, di fermentazioni, allora mi abbraccia ancora, si alza e poi vola tornando trionfatore con tre bottiglie di “vudka”. Mi porge la bottiglia in mano come fosse un pezzo della sua vita, della sua cultura, della sua terra; la prendo con devozione e la osservo, mi stupisce l’etichetta un po’ retrò con raffigurato un bisonte al centro; all’interno invece un filo d’erba verde danza sinuoso, segnandone l’immacolata trasparenza. Gli chiedo incuriosito cosa sia quel filo d’erba e lui, guardandolo come fosse una prateria che ondeggia al freddo vento dell’est, mi parla delle grandi foreste che dividono la Polonia dalla Bielorussia e del bisonte che esiste ancor oggi allo stato selvatico. Si era fatto molto silenzio tutto attorno, era come se la lunga tavolata avesse percepito l’emozione dell’istante; Giacinto, uomo già per la sua mole poco mistico, rompe il silenzio, spiegando che quell’erba è la “pisciatura” del bisonte, e che sarà proprio quell’erba, trattata in un certo modo, a trasmettere alla neutra “vudka” un sentore molto particolare.


Abbiamo bevuto tutti la “pisciatura” del bisonte, con la tecnica polacca di espirare tutta l’aria prima di buttar giù una sana e abbondante dose, per poi respirare a pieni polmoni; mi dice Giacinto: “Vedi Maurizio, con questa tecnica puoi bere molta vudka senza problemi: rimarrai  sempre lucido! Nei matrimoni - confessa - noi ne beviamo tutti almeno una bottiglia a testa!”


Vudka caviale e blinisg017_Blinis
(focaccine su cui si serve il caviale)

Ecco la ricetta per la loro preparazione. Occorrono:
¼ di latte,
mezzo cucchiaio di lievito e 4 uova,
400 gr di farina di polenta gialla (fioretto)
un pizzico di sale con un cucchiaino di zucchero,
30 gr di burro

Intiepidite il latte e scioglietevi il lievito e lo zucchero.

Unitevi, setacciandola, la farina, il pizzico di sale, i 4 tuorli che avrete montato, il burro e gli albumi montati a neve.

Su di una placca leggermente imburrata, fate con un cucchiaio delle focaccine e lasciatele riposare per almeno un’ora; quando saranno lievitate, mettetele al forno sino a quando saranno dorate.

Questo è il pane che accompagnerà una degustazione a base di caviale, che voi preleverete con un cucchiaio d’osso (il metallo o l’argento rovinerebbero il suo prezioso gusto) direttamente dalla scatola servita in una terrina piena di ghiaccio e su di un piatto freddo, componendo delle piccole quenelle.

Panna acida o tuorlo d’uovo passato al setaccio con cubetti di albume e cipolla tritata saranno da abbinare con le quenelle di caviale; per la corretta mise en place occorrerà a sinistra la classica forchetta da pesce mentre a destra un coltello ed un cucchiaio di corno. Berremo “vudka” ghiacciata o se vorrete bere italiano, provate una straordinaria vernaccia di Oristano d’annata o un sontuoso marsala vergine stravecchio.

All’amicizia di una vita o al sorriso di una serata.

Dedicato a Veronica e alle sue ragazze.